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Il libro

Titolo : L'economia dell'India
Autore : Jean-Joseph Boillot
Casa editrice : il Mulino
Pagine : 142
Prezzo : 11,00€
Anno : 2007

Recensione

di Paolo Cianfarani

Un’entità statale delle dimensioni del sub-continente indiano non può che suscitare reazioni contraddittorie nei suoi osservatori occidentali, soprattutto se vede convivere al suo interno povertà estrema e poli di sviluppo del terziario di rilevanza globale.

L’autore dello studio in oggetto, grazie ad un’esperienza diretta coadiuvata da una solida preparazione accademica, si prefigge l’obiettivo di descrivere in maniera sintetica l’evoluzione economica dell’India. Il volume mostra pertanto come il percorso di sviluppo del sub-continente si debba misurare con le sfide connesse ad un elevato debito pubblico, alla crescita demografica e alla povertà. Un insieme di problematiche immerso nelle note sensibilità per la tematica ambientale che caratterizzano l’attuale dibattito internazionale.

Jean-Joseph Boillot, Professore di Scienze Sociali con PhD in Economia dello Sviluppo, si è dedicato durante gli anni ottanta ad un attento studio delle riforme economiche in India ed in Cina. Durante la sua collaborazione con il “Centre d’études prospectives et d’information internationales” - alle dirette dipendenze del Primo Ministro francese - e ricoprendo la carica di Consigliere finanziario per la Direzione del Ministero del Tesoro a Nuova Delhi, Boillot ha maturato quella cognizione pregna di esperienza e partecipazione che sa regalare ad un’opera densa di dati numerici spunti di riflessione di ampia profondità prospettica.

Ci troviamo dinnanzi ad un testo che affronta in poche pagine le vicende di un paese a lungo chiuso ai grandi flussi di scambi mondiali, del quale la crisi dei pagamenti dei primi anni novanta ha accelerato la svolta della strategia di sviluppo. Un elaborato edito in un momento di sostanziale mutamento per la delocalizzazione dei servizi legati alle “information technologies”; porzione del mercato internazionale nella quale l’India dispone di concreti vantaggi comparati.

L’analisi va dunque ad inserirsi nel lento quanto innegabile risveglio indiano, segnando le trasformazioni ed i limiti di una sfida costituita dalla coesistenza di un sistema democratico e una povertà diffusa. Mentre, nel monitoraggio critico degli elementi fondamentali di un’economia paese, la dinamica socio-demografica e gli sviluppi dell’agricoltura sottolineano il paradosso della compresenza degli stenti dell’industrializzazione con una fenomenale quanto atipica rivoluzione dei servizi. Frizioni particolarmente evidenti qualora si consideri l’attuale stadio di espansione economica del sub-continente indiano.

Una linea di riflessione, sottesa a questo elaborato, che sembra dunque sollecitare l’Economia dello Sviluppo a interrogarsi sulla natura del legame tra democrazia e decollo economico, nonché sul rischio di deriva che caratterizza tale dualismo nei paesi emergenti.

Nella sua dimensione esterna, il progresso dell’India è invece considerato alla stregua di un processo non irreversibile, sensibilmente influenzato dai rapporti con il suo vicino cinese; in un contesto nel quale la probabile futura conferma dei risultati positivi indiani rilancerebbe il dibattito sui lineamenti dell’economia internazionale del ventunesimo secolo.

In questo ambito, l’illustrazione delle strutture economiche dell’India è sostenuta da alcune esemplificazioni storiche evocative che - per necessità di spazio redazionale e coerenza di ambito tematico - si distaccano da un’esaustiva cronistoria fattuale del sub-continente, permettendo all’autore di raggiungere in poche pagine l’obiettivo essenziale del riportare alla mente che l’India non è affatto una novità sulla scena economica mondiale.

Oggi, il volume degli scambi commerciali indiani resta ampiamente sottodimensionato. Va tuttavia tenuto in debito conto che la generalizzazione al settore industriale del paradigma della sub-fornitura nei sevizi si potrebbe tradurre in una forte dinamica di apertura degli scambi e nell’adozione di una strategia aggressiva a livello internazionale.

Nella sua opera, Jean-Joseph Boillot si fa pertanto carico dell’annoso compito di spiegare il passato e prospettare linee evolutive volte alla soluzione delle articolazioni del vero dilemma che affligge lo sviluppo del sub-continente indiano, ossia l’evidenza di un progresso frenato dalla difficoltà con la quale la crescita economica sta riducendo il livello di povertà della popolazione.

Data pubblicazione : 17/04/2009
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Commenti

La lettura del saggio/recensione che precede comunica un certo stato d'inquietudine, che posso spiegare in due modi: 1) sembra che l'attesa degli economisti, in relazione al ruolo mondiale che il "subcontinente" indiano può occupare, sia tutta collegata alla possibilità di emancipare il popolo dell'India dalla condizione di povertà, ininfluente in una logica globale e planetaria, alla condizione di sufficiente agiatezza, che ne farebbe un paese finalmente protagonista nel mercato internazionale; 2) nessun rilievo pare ottenere, in questo quadro mondiale, il rispetto di un costume sociale, del tipo di quello indiano, che cura la "povertà" (a me piacerebbe dire "semplicità") come una ricchezza nazionale. Questo modo di pensare, che ormai sta per farsi acquisito in senso "universale", è il frutto di una mentalità sempre più difficilmente eliminabile dalle convinzioni di molte genti, che accettano la rivincita capitalistica (proposta sotto le forme di un capitalismo delle finanze, dopo la riuscita opposizione marxiana), senza essere più in grado di rinunciarvi per il loro più immediato beneficio materiale. In ciò consiste la forza delle cose, intorno a tutti noi. A ciò siamo indirizzati da una convinzione, tanto decisa, da non farci più mettere in discussione le condizioni di vita attuali, e da vederle solo migliorare, nella direzione che collega felicità a sempre maggiori acquisizioni sul piano produttivo e consumistico. Si badi bene: Non ho intenzione di comparire come contestatore di questo genere di andazzo generale. Vero è piuttosto il contrario, e cioè: Desidero che si prenda coscienza di una realtà profondamente radicata nell'abitudine delle genti, le quali spesso fanno resistenza solo formale ("retorica"), ma in buona sostanza si adagiano nell'uso di quegli stessi criteri che vorrebbero scalzare. Allora mi chiedo: E' giusto perseverare nella strana abitudine, che ci fa critici della situazione corrente, senza riflettere sul nostro stesso contributo a consevarla?
di Gian Franco Lami del 08/04/2010 10.50.20


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Ultimo aggiornamento : venerdì 17 aprile 2009
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