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Religione e politica nella società post-secolare”. A colloquio con Giulio Maria Chiodi, filosofo e simbolista.

di Giulio Battioni

Una sentenza visionaria ne aveva decretato la morte metafisica. Gli ardori rivoluzionari ne avevano demolito i simboli culturali. I fantasmi delle ideologie secolari ne avevano perseguitato le istituzioni storiche. Reali, incarnate, umane. Dio è tornato ad abitare la scena pubblica contemporanea, in una ultima modernità dominata dalle nuove religioni politiche, l’islamismo radicale e il fondamentalismo laicista. Il primo ha “ambizioni” globali, il jihad armato, lo “sforzo” sul sentiero della liberazione del mondo. Il secondo ha “nostalgie” locali, di re-incantamento dell’Occidente manu scientifica, sul sentiero della liberazione dell’uomo da sé stesso. Nemici comuni sono la civiltà universale nelle sue radici classiche, ebraiche e cristiane.
Al tema del controverso rapporto fra “religione e politica nella società post-secolare” ha dedicato una intensa tre giorni di studio, la Società Italiana di Filosofia Politica.
I lavori si sono svolti a Roma, a metà settembre, fra la Sala della Promoteca in Campidoglio, il Centro Studi Americani e l’Aula Magna del Rettorato dell’Università Roma Tre. Gli interventi di Jürgen Habermas e Gustavo Zagrebelski, hanno senza meno costituito l’apice “mediatico” di un’assise nella quale si sono radunati anche altri illustri dottori da Giacomo Marramao a Vittorio Possenti, da Michele Nicoletti a Giulio Maria Chiodi. Con quest’ultimo, professore ordinario di Filosofia Politica presso l’Università dell’Insubria e grande esperto di “simbolica” del potere, ci siamo intrattenuti a colloquio.

Battioni: Il dibattito sulla laicità del governo trova nella bioetica una materia nevralgica, tra le più incandescenti dell’attuale confronto politico. Dalla fecondazione assistita alla ricerca sugli embrioni, fino agli aborti selettivi. Anche papa Benedetto XVI ha esortato alla tutela e la promozione dell’humanum non solo come aspirazione del catechismo della Chiesa cattolica ma anche, e soprattutto, come esigenza della ragione umana. Secondo Lei, il “mondo laico”, il mondo della scienza e della cultura, ha recepito a sufficienza questo invito? Sul terreno della ragione, i paladini della “non ingerenza” delle religioni nella vita pubblica sono davvero disposti a dialogare?

Chiodi: Non voglio parlare a titolo di uno schieramento piuttosto che di un altro. Né laico, né religioso. Preferisco scegliere la posizione critica dell’osservatore filosofico. Quello che vedo, ed è sotto gli occhi di tutti, è che oggi viene meno, sia per il forte sviluppo della tecnologia, sia per la velocità dei cambiamenti, il senso di sicurezza, di direzione, di significato che si possa dare alle operazioni umane e anche ai criteri di organizzazione della società. Di questo ne risente tanto il mondo laico quanto il mondo religioso. Per cui l’incontro e lo scontro dei due nasce dal senso di una crisi, che investe entrambi. E’ un dato di fatto, comunque, che “i paladini della non ingerenza” (come li ha definiti) spesso plaudono agli interventi del papa, quando li considerano conformi alle loro idee. Il concetto si presenta piuttosto opportunistico.

Battioni: Parliamo di “multiculturalismo”. L’Accordo di Modifica del Concordato riconosce che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”, ma intanto si rivendicano la rimozione dei crocifissi, l’abolizione delle processioni, il divieto di rappresentare il presepe. In Italia, come in tutto il mondo post-cristiano, la domanda di pluralismo religioso è spesso declinata come “odium sui”, negazione di sé, eliminazione della propria identità storica. Un esito paradossale della tolleranza multiculturale…

Chiodi: Più che da noi, questo problema specifico è vissuto con maggiore tensione in altri paesi, come la Francia ad esempio. Il problema è ancora una volta riconducibile alla forte crisi, alcuni dicono dell’“identità”, ma io preferisco dire dell’“autocoscienza” della collettività che porta ad avere difficoltà a riconoscersi in ideali e valori. Nella visione di un ideale forte, a un certo punto subentra una conflittualità che suscita paura. In questo senso, anche il problema dell’identità cristiana, della presenza dei simboli cristiani all’interno delle organizzazioni pubbliche risente di questa tensione e il cristianesimo si diluisce e si intimidisce.
Credo che nel fondo, e non c’è dubbio, il cristianesimo è stato l’elemento che ha nutrito e fondato una convergenza delle culture europee. Penso che l’Europa abbia avuto il suo momento oserei dire “epico”, il suo momento di primo coagulo nel Medioevo, quando la Chiesa di Roma, nella quale allora le scissioni non erano ancora del tutto chiare e operanti, anche se c’era una forte differenza con l’Oriente, si è incontrata con le nuove forze, le nuove energie provenienti dall’Europa del Centro-Nord, in particolare dai Franchi.
La Chiesa, dunque, ha ripreso attraverso il cristianesimo l’antica universalità romana, incontrandosi con il particolarismo, con la pluralità dei popoli, prevalentemente germanici. Questo incontro ha creato il primo nucleo dell’Europa che, certo, è stato all’insegna del cristianesimo. Basti pensare all’opera dei benedettini, per esempio, e all’importanza dei loro monasteri per la cultura europea. Sicuramente, ci si può domandare quale significato abbia oggi tutto questo. Ci si può chiedere se questo sia un ricordo o meno. Qui il problema risale alla litigiosità, alla conflittualità, alle paure che oggi ci sono nello sposare una causa o nel condividere fortemente un significato aggregante piuttosto di un altro.
In pratica è ritenuto più prudente dimenticare.

Battioni: Nel terzo millennio la Chiesa è impegnata nelle sfide globali del terrorismo, della povertà e degli eventuali rischi ambientali. Al suo interno i carismi egli stili di presenza sono numerosi e assai diversi, nelle gerarchie come nel laicato: progressisti e conservatori, tradizionalisti e liberal, post-metafisici e “atei devoti”. Quale di questi settori, a Suo avviso, ha maggiore propensione o maggiori attitudini alla laicità del dibattito?

Chiodi: Vedo un pericolo nel fatto che a volte la laicità viene presa per una nuova religione e quindi tende a dogmatizzare alcuni principî, alcune regole, alcuni comportamenti. Da questo punto di vista, può cadere negli stessi errori in cui, dall’altra parte, può cadere una posizione fideistica, integralista. Nella situazione contemporanea, a lunga scadenza, credo ci siano tre problemi di fondo che vanno affrontati, indipendentemente dal mondo laico o religioso.
Il primo è la forte evoluzione tecnologica, senza la quale è minacciata la sopravvivenza. Il dramma è che questo aggiornamento tecnologico è oggi quasi auto-riproducentesi. Sono le stesse tecnologie che fissano i programmi della loro auto-riproduzione. Questo aspetto offre grandi vantaggi, ma pone anche grandi problemi quali la globalizzazione o l’universalizzazione senza confini. Il secondo è la società di massa.
La massificazione o la tendenza massificante vuol dire, in sostanza, creare stati di indifferenza, tra un individuo e l’altro, un gruppo e un altro ancora, una credenza o un’altra, strumentalizzati tutti da questo meccanismo in cui la comunicazione, ad esempio, con le sue modalità omologanti, sembra aver sostituito la conoscenza. Il terzo problema è, infine, la burocratizzazione che sostituisce la politica.
Oggi le idee politiche, le prospettive comuni si discutono, ma sostanzialmente si traducono in apparati di controllo che comportano anche una forte deresponsabilizzazione, perché, basta che funzionino le procedure e gli uffici, nessuno è più responsabile. Questi tre concetti, o fenomeni, sono strettamente legati e interdipendenti. Ora mi domando: cosa vuol dire religione, cosa vuol dire laicismo di fronte a tutto questo? Vuol dire, tentare il recupero di un senso profondo dell’umanità, della comprensione, della condivisione umana e anche della capacità di potenziale critico e creativo dell’essere umano che vengono minacciati da questi tre elementi. La religione poi ha un suo ruolo insostituibile perché religione vuol dire apertura a un’alterità superiore, a parte le modalità istituzionali nelle quali può realizzarsi. Il ruolo del laicismo consiste nel perseguire interessi critici. In questo sono “paolino”, cittadino di due mondi, l’uno superiore, l’altro terreno. Conviviamo in tutti e due. Se eliminassimo i principi introdotti dal laicismo, si rischierebbe di cadere nell’ambito di un dogmatismo chiuso, astratto, spiritualizzante o che tale più non è. Se si elimina completamente un aspetto religioso, si rischia di eliminare il senso di qualcosa di superiore cui, in una certa misura, bisogna pur sottomettersi.

Battioni: Cosa pensa dei cosiddetti “atei devoti”, cioè di quanti vedono nella Chiesa, a prescindere dalla professione di fede, un ruolo storico-civile e nell’edificazione delle civiltà umane e, in particolare, dell’Europa e dell’Occidente?

Chiodi: Costoro riconoscono i valori culturali provenienti dalla tradizione cristiana e dalla religione. Valori e anche dis-valori. Gli atei devoti riconoscono la portata e la capacità aggregante del cristianesimo. Voglio però precisare una questione. Sono dell’opinione che la contrapposizione tra ateo e non-ateo porti molto spesso a delle grosse ambiguità. Se viene chiamata in causa l’esistenza di Dio, c’è chi crede e c’è chi non crede. Sono sullo stesso piano entrambi, poiché entrambi hanno deciso su una realtà comunque superiore alle loro possibilità di retto riconoscimento. Ma rimane fermo un punto: eliminare Dio e il divino significa crearsi altri dèi e altre divinità, strumentali, devianti e impropri. La religione tradizionale occorre per non farsene un’altra caricaturale.

Battioni: Le religioni molto spesso dividono. Lo si vede quando si ha che fare con i temi della libertà religiosa o della verità nella sfera pubblica. C’è un’alternativa al binomio, fondamentalismo/laicismo?

Chiodi: E’ molto difficile dirlo. Se si parte dalla contrapposizione politica/religione, laicità/religione, tertium non datur. Non capisco, però, come l’uno possa mettersi al di sopra dell’altro. L’ho detto, mi sento cittadino di due mondi. C’è però il fatto che alcuni valori molto sentiti, come la libertà, la democrazia o l’eguaglianza, potrebbero avere un forte sostegno a partire da un forte sviluppo della società civile: non tanto dallo Stato, non tanto dalla vita privata in quanto tale, ma da quella sfera di relazioni pubbliche che non è e non deve essere necessariamente condizionata da scelte politiche. Al problema laicismo/religione è dato sempre un connotato politico, mentre ci sono dei fenomeni pubblici legati alla società civile che potrebbero prescindere dalla questa politicità. Per esempio, spontaneamente, possono formarsi organizzazioni in cui il modo di pensare e di vivere, legato alle finalità, introduce una etica e un senso della responsabilità, della cooperazione, dell’apertura all’altro. Questa organizzazione spontanea che può muoversi dalla base, certo controllata dall’ambito delle leggi, potrebbe essere un piccolo spiraglio per vedere come risolvere questo dualismo, questo contrasto che, secondo me, è tenuto in vita molto più dalle ideologie e dagli interessi politici che non dal sentimento comune.

Battioni: Quindi la religione può essere un presupposto della convivenza civile…

Chiodi: Certamente, una componente ineludibile della società civile. Una forte componente della società civile. Forte o debole a seconda dei casi. Il luogo più fertile per una risoluzione del problema è quello del senso civile e della responsabilità. Meglio ancora, del senso del dovere, oggi dimenticato, a differenza dei “diritti”, di cui, francamente, si parla un po’ troppo. Il contributo religioso è a tal fine il più prezioso.

Battioni: Concludiamo con le religioni storiche, le Chiese e le confessioni religiose. Quali obblighi e quali diritti hanno nel professare le loro fedi sulla scena pubblica?

Chiodi: Credo che, necessariamente, le confessioni religiose debbano potere esprimere il contenuto delle loro fedi attraverso forme di reciproco accordo. Non credo che possa esserci un principio astratto assoluto applicabile e certamente non frutto di decisioni politiche.

Data pubblicazione : 24/02/2008
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Commenti

Si è chiesto, da ultimo, come riuscire a superare l'argine dell'individualismo, che certa visione religiosa e sociale ha costruito, nei secoli, intorno a noi. Credo che, in primo luogo, sia da ribadire la totale indifferenza per come vanno le cose, intorno a noi, nel senso che un costume alternativo all'attuale mentalità dominante non ha niente da proporre, né a livello di "salvezza" singola, né collettiva. Stiamo parlando semplicemente di indole personale, cioè, della risposta che ciascuno di noi deve dare alla propria inclinazione naturale. Ora, da questa prospettiva, mi sembra che ci sia poco da obiettare: o si possiede (il che significa battersi per) un carattere di tipo "individualistico", o di tipo "comunitario"; o si risponde alle logiche dell'ego, o a quelle della città. Una strada vale l'altra. In entrambe, non c'è nulla di salvifico, c'è solo la risposta (negativa o positiva) a una certa "natura"! Detto questo, rimane da precisare che, se ci si orienta in senso individualistico, cioè, se s'intende l'azione individuale come sostanzialmente utile all'attore, e all'attore principalmente, se non addirittura esclusivamente, si è indotti a costruire le ragioni della vita intorno a sé, e il sacrificio della comunità a proprio vantaggio può apparire "naturale". Diversamente, se la strada disegnata dall'individuo è una strada aperta alla comunità, tutto sembra disporre la personalità spiritualità idealità individuale in armonia con la crescita del bene comune. Si tratta dunque di intendersi con altrui (= rapportarsi politicamente), circa l'idea di bene che andrebbe perseguita. E per questo non è inutile osservare che troppi confondono ormai questa idea (di bene) con l'idea di un bene materiale, destinato a iniziare e finire entro i confini di una società, tutta inserita nelle leggi dell'economia e, ancor più, della finanza! Occorre, in conclusione, dare un senso all'idea del bene individuale e comune, rispondendo in primo luogo al problema di ciò che è "vero" bene!
di Gian Franco Lami del 07/04/2010 9.16.55
In un'era come la nostra in cui si è celebrato il dto individuale e individualistico può essere confortante leggere alcue semplici note come quelle di Veronesi e di Casale che identificano il politico con l'apertura alla comunità e quindi col superamento dell'argine individuale e individualistico che è stato costruito intorno a noi; da un punto di vista
politico sarebbe interessante declinare modalità operative di superamento di quell'argine.

Se Veronesi allude alla mancanza di materiale sullo psicomeno purtroppo c'è poco da fare: i testi relativi sono del 1982 e sono pubblicati su una rivista che si trova di norma nelle biblioteche comunali (la rivista si chiama malvagia) l'autore Giuseppe o Pino
Polistena
Agostino Zinni
di agostino zinni del 23/03/2010 13.53.27
Ringrazio per le precisazioni rispetto al mio intervento.
Mi ero accorto che notevoli implicazioni politiche corredassero sia l'articolo iniziale che la discussione, non mi sembravano del tutto esplicite.
Ho apprezzato il riferimento ciceroniano di Casale e il concertto relativo: è impolitico tutto ciò che riguarda l'individuo e non alza lo sguardo alla comunità.
Per la bibliografia ho trovato pochissimo sull'autore dello psicomeno e nulla sulla tematica
specifica.
Luigi Veronesi
di luigi veronesi del 22/03/2010 20.29.15
Per come la vedo io, non credo che il momento politico dell'articolo di Battioni e della discussione a esso allegata sia marginale. Del resto, in argomento non mi sembra propriamente la visione esclusivamente soggettiva e "lirica" che l'individuo nutre del divino o dello spirito: al contrario, si parla di dinamiche civilizzazionali, di assetti di umanità collettive, ove la politica trova una collocazione centrale. Tanto più, se si guadagna la prospettiva in cui la categoria del religioso si dimostra consustanziale agli itinerari mediante i quali, da sempre, i gruppi umani definiscono la modalità della loro storia e dell' "abitare il mondo". In un certo senso, non dovrebbero esserci ignote le cosiddette "religioni civili" spesso oggetto d'interesse della filosofia politica. In effetti, non vedo come possa disgiungersi simile categoria dalle strategie esistenziali collettive, di tipo secolare e ideologico. Nemmeno la storia più o meno recente della nostra società smentisce quest'inerenza di consustanzialità: basti pensare, per esempio, alla religione del lavoro, della civiltà democratica, dell'autodeterminazione, del progresso e via dicendo. Religioni, sì, ancora religioni. E non lato sensu. Evidentemente, ci soccorre l'antica sapienza ciceroniana (rinviamo al De natura deorum, per soddisfare il riscontro bibliografico), allorché trovava l'esatto contrario della religio nella superstitio, quale sentimento disaggregante, fondato su un rapporto privato e individualistico tra l'uomo e il divino... finalizzato al solo obiettivo di super-stare: di "sopravvivere" alle sorti comunitarie, in ragione di mere esigenze soggettive e, per ciò stesso, impolitiche.
di giuseppe casale del 20/03/2010 18.56.06
Intanto moltissimi complimenti per il livello della discussione. Sono entrato casualmente
e ho apprezzato il tentativo non superficiale di affrontare delle tematiche grnadiose e attuali.
Devo dire che rispetto al titolo la parte politica non è molto sviluppata perchè la discussione si è prevalentemente svolta lungo l'asse della religione ci sono tuttavia richiami politici non espliciti .Inoltre quel concetto che è stato evocato di una categoria
che spieghi i fenomeni della religione, al di là del nome kantiano "Psicomeno" mi è risultato seducente.Le indicazioni bibliografiche mi sembrano scarne comunque grazie Luigi Veronesi
di Luigi Veronesi del 12/03/2010 0.02.11
Riscontro un alto livello di approfondimento nella discussione che stiamo portando avanti e come sempre partendo da un luogo si arriva, per adiacenza, ad altri luoghi.
La religiosità profonda o, come la chiama il Prof. Lami, l'anima cosmica cui ogni sentimento religioso umano converge, ci mette in condizione di cogliere non solo il senso della nostra finitezza ma anche ciò che sembra ad esso opposto e cioè l'arroganza antropocentrica che caratterizza il cammino anzi il passo della specie umana. Non è solo cosa del passato, è anche cosa del presente, cosa della nostra modernità.
Sono responsabile della citazione di quello strano filosofo al quale sono particolarmente legato per avermi iniziato alla filosofia, Pino Polistena che non offre materiale perchè, come lui dice,il filosofo è postumo. Mi dovrei scusare perchè inserisco nella discussione concetti senza materiale adeguato eppure devo dire che le osservazioni di Lami come quelle di Gauchet (profondo studioso della religione) come quelle sullo "psicomeno" inteso come categoria esplicativa del "religioso" convergono tutte verso luoghi che mi sembrano ingaggiare la categoria del "politico".
Faccio questo in punta di piedi perchè è inutile mettere carne al fuoco se non si è fatto un percorso eppure la perifericità dell'uomo che sembra essere l'esito di ogni pensiero sulla religione ingaggia ( mi sembra ingaggiare) i luoghi dei rapporti tra gli uomini e cioè la politica.
Agostino Zinni
di agostino.zinni del 08/03/2010 22.51.29
Il Prof. Lami ha chiarito il suo pensiero mettendo in relazione un'anima cosmica che si declina storicamente in posizioni esclusiviste che avrebbero una loro ragion d'essere se non fossero esclusiviste. Questo dovrebbe essere il segno di una tendenza antropocentrica a vedere il mondo solo attraverso i nostri (limitati) occhi. Questo è quello che ho capito. Il successivo intervento di Casale mi mette invece in difficoltà
perchè introduce un concetto a cui non avevo pensato:se esiste una categoria generale che definisce il fenomeno religioso (chiamiamola o meno psicomeno) essa indica un carattere storico dell'umanità (che quò quindi passare) o un carattere essenziale all'umanità? Ci possono essere o essere state persone che si sono sottratte alla categoria espressa dalla religione?
Angela Grica
di Angela Grica del 08/03/2010 17.22.51
Mi permetto di inserirmi in un così avvincente confronto, cessando, per un momento, di assistervi da spettatore. Nel farlo, non posso non confessare, candidamente, di avere ignorato, sinora, il contenuto della teoria sullo Psicomeno di Pino Polistena. Ma fidandomi certamente di chi si è impegnato, in questa sede, a divulgarlo, con rapide ed efficaci descrizioni, posso ipotizzare che le incomprensioni che mi sembra cogliere tra gli interlocutori dipendano dalla resistenza ad abbandonare una concezione del divino come un qualcosa di ancora "umano, troppo umano". Capisco che è difficile liberarsi dalla cultura di cui siamo figli, la quale, cristiana o meno, avvolge le nostre coscienze nelle spire di un soggettivismo antropocentrico davvero irresistibile. Tuttavia, non credo che la categoria "psicomenica" possa applicarsi a qualsiasi umanità, di qualunque tempo o latitudine. Di sicuro, non erano "psicomenici" gli uomini di quell'epoca (antica) che impediva di concepire il divino come proiezione dell'Io, né di tradurre il senso del sacro in un esclusivismo (appunto, non solo) teologico tale da precludere, inevitabilmente, l'accordo dialogico con umanità e divinità "altre". Un'epoca in cui erigere un pantheon "ospitale" risultava una felice soluzione civilizzazionale, oltre che spirituale. Il che poteva ben verificarsi, allorché anche il divino, pur nella sua configurazione eccellente, condivideva, con gli altri esseri, uomo, la partecipazione a una natura cosmica dettante la cifra differenziale tra generi e specie, ma anche accomunante, nel segno di un'unica qualità vitale che fa essere ciò che è. Non essendo nata psicomenica, forse l'umanità potrà cessare di esserlo, tornando alle ragioni del mondo, senza la superba presunzione di vivere un rapporto esclusivo con Dio, che taglia fuori il resto dell'esistente.Senza che l'esclusione, per ragioni di "elettive", finisca per riguardare altri uomini. Senza il nostro monoteismo fondamentale: quello dell' "homo mensura".
di giuseppe casale del 08/03/2010 2.40.31
Torno in argomento, solo per tentare di dare risposta alla garbata perplessità della precedente interlocutrice, che chiedeva: "...la convivenza tra i monoteismi sarà risolta quando rinunceremo alle molte anime religiose del mondo nel senso che c'è una sola anima religiosa?". Ebbene, a mio modo di vedere, le cose stanno così: Non si deve affatto rinunciare alle molte anime religiose del Mondo, ma alla loro posizione "esclusiva" (che poi diviene una posizione "esclusivista"). In altre parole, al di là della posizione da cui si guarda il Mondo in ragione di ogni singola sua anima religiosa (e pur convinti che il Mondo si può guardare soltanto da questa prospettiva d'origine, che è tutt'una con la nostra natura individuale), dobbiamo essere in grado di scorgere l'anima religiosa del Mondo nella sua interezza, quella che vorrei chiamare l'anima cosmica, cui l'anima dell'umanità, come l'anima di ogni altro essere vivente, converge, quasi al richiamo dell'Essere-motore aristotelico. La cosa può sembrare banale e addirittura logica, nella sua costruzione ideale. Ma, a ben riflettere, così non è. Infatti, da una parte, opera la spinta eccentrica dei monoteismi, attirati dal loro specifico "precedente autorevole" a fornire una giustificazione "indipendente" del loro mito creativo, dall'altra, almeno per quanto riguarda la cultura "occidentale", funziona in modo alquanto potente una specie particolare di mito antropocentrico, che sembrerebbe voler disporre l'individuo umano - non solo la "persona" - al centro dell'universo. So bene che tale fraintendimento non è da accettarsi, ma pure è indiscutibile che, dall'età del "razionalismo", abbiamo visto una recrudescenza dell'impegno di ricerca di un significato della storia e della vita, tutta spostata sulla presenza umana, e ancor più sulla qualità ordinante e disponente del Soggetto-che-pensa. Ora, è proprio tale baricentro, fatto di umanità pensante, che deve equilibrarsi, a favore di un essere, cui la natura umana ...accede.
di Gian Franco Lami del 04/03/2010 9.15.20
Quando un pensatore produce qualcosa non è più suo ma di tutti. A volte un'idea viene ripresa da altri pensatori che sviluppano parti importanti che l'autore non aveva visto.
Lo psicomeno,indipendentemente dall'autore che ha coniato questo termine, è un concetto interessante perchè indica la capacità creativa dell'uomo e si pone come un denominatore comune di una serie di attivtà umane. Ma proprio questa capacità dell'uomo rivela la profondità religiosa del suo essere. Lo psicomeno non è il mondo dietro il mondo di cui parla Nietzsche ma una grande anticipazione umana o se si vuole una grande intuizione verso l'essere inteso proprio come lo intende l'esodo.
Agostino
di agostino zinni del 03/03/2010 17.58.32
Chiedo scusa se le mie doti filosofiche non sono uguali alla mia passione per cui non riesco a capire del tutto i discorsi fatti da Lami e Zinni.
Vado dunque con ordine: psicomeno è un neologismo coniato da questo filosofo, Pino Polistena, che sembra indicare la capacità umana di creare qualcosa ma dall'articolo che ho letto lo psicomeno è qualcosa che non esiste e tra tutti gli psicomeni uno è più eminente degli altri ed è Dio. Questo almeno è quello che ho capito e dunque non riesco a capire come mai i miei due interlocutori insistono nel dire che l'idea di uno psicomeno cioè di una produzione della mente o dello spirito non indichi nè implici l'ateismo. Proprio non riesco a capire anche se ho trovato in altri articoli di Polistena, tutti abbastanza vecchi, una continua riflessione sul tempo al punto che mi sono detta: ma non è che in questo autore il tempo si identifica con Dio?
Purtroppo non ho elementi per dirlo.
In ogni caso non ho capito nemmeno l'ultima osservazione di Lami: la convivenza tra i monoteismi sarà risolta quando rinunceremo alle molte anime religiose del mondo nel senso che c'è una sola anima religiosa?
Angela Grica
di Angela Grica del 01/03/2010 21.45.36
Intendo benissimo e condivido l'osservazione, per nulla secondaria, che rende lo psicomeno non riconducibile all'ateismo. Direi meglio: Lo psicomeno introduce a un tipo di pensiero, che possiamo definire "religioso", il quale mi sembra trovarsi all'opposto di ciò che correntemente viene definito "ateismo". Parimenti mi sento di condividere l'impostazione che fa dello psicomeno il manifestarsi di un'esperienza condivisa tra la psiche individuale e la psiche sociale. Sul collegamento di questo medesimo rapporto alla politica, ci sarebbe d'aprire un capitolo a parte, che, per il momento almeno, mi permetto di rinviare. Credo che sarebbe interessante, invece, dire ancora qualcosa, o qualcosadi più appropriato, sulla naturalità all'uomo dello psicomeno, e sulla sua confluenza nella naturalità della società. Insomma, dovrebbe essere chiaro che esiste una natura umana e politica, cui corrisponde un'anima sociale, le cui manifestazioni costituiscono il punto d'incontro dell'individualità dell'uomo con l'animalità del genere umano. Ed è qui che, secondo il mio punto di vista, lo psicomeno si pone come espressione di una coscienza pensante e pensata, nelle forme che sono rese necessarie dal tempo e dal luogo, ma che si propongono anche a segno di una libera scelta del singolo. E' qui che lo spirito umano fa valere le sue qualità "creative", mettendo a profitto la sua specifica natura, che, ovviamente, non esprime tutto lo psicomeno cosmico, ma solo l'aspetto che "dipende" dalla presenza dell'essere umano sulla Terra. Affermo, dunque, che non solo la questione di cui ci stiamo interessando non riguarda esclusivamente la coscienza individuale, ma nemmeno quella comune (o collettiva), ovvero, né l'anima individuale, né l'anima del genere umano. Voglio dire che la convivenza dei diversi monoteismi mondani non sarà risolta, fintanto che non sarà abbandonata la posizione delle tante anime religiose dell'umanità e della stessa coscienza individuale, avvertita come centrale al Cosmo.
di Gian Franco Lami del 01/03/2010 10.15.15
Il discorso filosofico intorno allo psicomeno non è riconducibile all'ateismo.
Mi spiace per le diffcioltà che ha trovato Angela Grica nel reperimento di testi di Pino Polistena. Purtroppo questo filosofo pubblica raramente e non pubblica l'opera organica che pure ha pronta da molti anni. Si tratta di una stranezza dannosa perchè la filosofia italiana avrebbe bisogno di idee di quella profondità.
Comunque ribadisco che l'idea di "psicomeno" indica una modalità umana e sociale di produzione del fenomeno religioso senza per questo configuare una posizione atea o ateistica. Capisco che la lettura di un semplice articolo può portare verso questa direzione che però è fuorviante. Segnalo un articolo di Carla Rodriguez sulla filosofia diacronica nel quale sono evidenziati pregi e limiti della ricerca di Polistena. L'articolo è reperibile su google.
Agostino Zinni
di agostino zinni del 25/02/2010 16.56.33
Devo confessare la difficoltà dell'argomento che pure mi interessa molto. I messaggi di Lami e Zinni mi hanno disorientata perchè non sono riuscita a cogliere il piano filosofico di riferimento. Un conto è parlare del rapporto tra le religioni, della convergenza tra di esse e delle modalità attraverso le quali si dovrebbero scongiurare le guerre sante che è un piano sociologico. Un altro conto è parlare del fenomeno religioso come fenomeno umano intorno a cui dare una spiegazione e un giudizio.
Sono riuscita a trovare una vecchissima rivista nella quale c'è un articolo sullo Psicomeno. A quanto ho capito si tratta di una posizione atea che spiega tutti i fenomeni religiosi con una dinamica mista tra lo psichico e il sociale ma sinceramente, a parte il neologismo affascinante, non ho capito molto
Angela Grica
di angela grica del 22/02/2010 18.10.13
Parto da uno spunto di Gian Franco Lami che parla di problema di coscienza come problema fondamentale rispetto al dibattito. Vorrei però precisare l'accezione di questo termine perchè se per coscienza si intente solo il mondo dell'individuo io credo che siamo fuori strada.
Per quello che ho potuto intendere del termine "psicomeno" richiamato nei precedenti messaggi la caratteristica delle religioni era legata sia alla psiche individuale che alla società nella sua interezza (es. Durkeim) questo significa che la condizione del rapporto tra i monoteismi deve trovare speigazione e risoluzione in ambiti non coscienziali come la società e la politica che stanno sullo sfondo.
Mi rendo conto che il discorso è complesso e magari non interpreto bene il pensiero di Lami ma certamente esiste il pericolo di attribuire alla sola coscienza individuale la responsabilità e lo stato della religione e non so se Lami lo corre. Lo correvo anch'io per questo sono molto affezionato al concetto di Psicomeno perchè mi è parso uno strumento che sintetizza vari aspetti aiutandoci a intendere il fatto religioso in un modo molto più ampio di quanto ad es. facesse Karl Marx
Agostino Zinni
di agostino zinni del 11/02/2010 17.34.58
Ho seguito con molta attenzione l'evolversi della discussione, a commento dell'originaria intervista con il prof. Chiodi. Mi conforta l'alto livello del dialogo che si è instaurato e l'indirizzo che vedo prendere, nel senso che considera la religione come qualcosa di naturale all'uomo, quindi, come un che di attinente al fatto del suo essere di corpo e di anima (oltre che di spirito). Mi sembra di leggere, insomma, che la naturale religiosità dell'uomo consiste nello specifico dell'umanità, quasi che non se ne possa prescindere in nessun caso, nemmeno da parte dell'ateo! Mi chiedo allora dove sia il difetto, allorché assistiamo a certa prevaricazione - o a certo tentativo di prevaricazione - nel confronto, tra i monoteismi dei nostri tempi: un confronto, che non è mai stato pacifico e davvero indirizzato al superamento delle formali differenze. Ora, quando ho accennato alla possibilità di tale superamento, in apertura di discussione, non pensavo di sicuro a un tavolo, intorno al quale sedere, con l'intenzione di mettere a sistema le conflittualità e dirimere le infinite questioni connesse alle rispettive posizioni esibite dalle religioni mondane. La mia intenzione era a dir poco opposta. Infatti, mi chiedevo se è veramente così difficile cogliere il senso di una sostanziale concorrenza delle diverse spiritualità, attive in questo mondo, nel senso che le fa tutte funzionali all'unica natura nell'umanità dell'uomo. Mi chiedevo se è "naturale" veder poi prevalere, nell'ipotesi di una coesistenza globale delle nazioni, l'aspetto diversificante, rispetto a quello identitario. E sono arrivato alla conclusione che si tratta di un problema di coscienza! "Facile a dirsi, e anche un po' banale!", si potrebbe replicare. Dal canto mio, non posso che condividere, Tuttavia, ribadisco che si tratta di un problema di coscienza: di profondità di coscienza e di sensibilità di coscienza. Quanto tempo impiegheremo ancora, prima di renderci conto che l'origine e il fine dell'uomo è qui?
di Gian Franco Lami del 10/02/2010 9.59.17
In risposta ad Angela Grico o Grica vorrei dire che ho fatto una fatica enorme a reperire alcuni articoli di "Malvagia" nei quali è stato affrontato il problema religioso utilizzando la nozione di "Psicomeno".
La rivista si trova di solito nelle biblioteche pubbliche (io l'ho trovata alla Sormani di MIlano) per me l'interesse è stato quello di vedere la religione non più come una semplice falsità e nemmeno come la semplice voglia di essere immortali ma come una necessità di sopravvivenza. Sicuramente con la nozione di psicomeno Pino Polistena fornisce uno strumento importante di comprensione del fenomeno. Naturalmente la mancanza di pubblicazioni diffuse è un limite considerevole allo sviluppo di queste tematiche
Agostino Zinni
di agostino Zinni del 09/02/2010 17.39.24
mi scuso per il doppio commento non avevo visto il primo e credevo che fosse sparito
Angela
di Angela Grica del 07/02/2010 19.13.09
L'accordo tra le confessioni di cui parla Chiodi più che un'utopia è una necessità concreta da favorire e sperimentare. Altrimenti ci dovremmo rassegnare agli scontri delle civiltà oltre che delle religioni.
Sarei anche interessata a cercare i lavori di Pino Polistena citato da Agostino Zinni. Il concetto di psicomeno mi sembra intrigante ma un po' vago per come è stato descritto
Angela Grico
di angela Grico del 07/02/2010 19.10.11
Trovo molto interessante tutta la discussione e ritengo che la questione dell'accordo tra le religioni sollevata da Chiodi mostre un'imppellenza cruciale perchè anche se le religioni si fanno una concorrenza spietata si dovrà pur rispondere con intelligenza allo scontro tra le civiltà.
Mi interesserebbe anche sapere dove reperire i lavori di Pino Polistena. Quella nozione di "psicomeno" mi risulta particolarmente intrigante anche se per come è stata esposta è necessariamente vaga.
Angela Grico
di Angela Grica del 07/02/2010 2.28.02
Parto dal concetto di ateo-devoto di cui si è parlato nel testo. Considero questo aspetto una necessaria sintesi che riconosce il senso della religione nell'età comtemporanea e nello stesso tempo prende le distanze da essa come fenomeno sostanzialmente falso.
Dipendo in questa intepretazione dalla tesi di un filosofo che è stato mio professore, Pino Polistena il quale ha elaborato un concetto straordinario per spiegare la religione, il concetto di Psicomeno. Col passare degli anni questa idea mi è parsa sempre più geniale perchè mostra la falsità della religione unendola alla sua necessità e validità storica, non dunque oppio dei popoli ma strumento di sopravvivenza. Ecco perchè mi riconosco nel concetto di ateo-devoto. Le tesi di Polistena sullo psicomeno purtroppo si trovano solo in una rivista introvabile che si chiama "Malvagia" comunque rappresentano lo strumento più avanzato per coglier eil fenomeno religioso
di agostino zinni del 05/02/2010 16.10.01
Parto dal concetto di ateo-devoto di cui si è parlato nel testo. Considero questo aspetto una necessaria sintesi che riconosce il senso della religione nell'età comtemporanea e nello stesso tempo prende le distanze da essa come fenomeno sostanzialmente falso.
Dipendo in questa intepretazione dalla tesi di un filosofo che è stato mio professore, Pino Polistena il quale ha elaborato un concetto straordinario per spiegare la religione, il concetto di Psicomeno. Col passare degli anni questa idea mi è parsa sempre più geniale perchè mostra la falsità della religione unendola alla sua necessità e validità storica, non dunque oppio dei popoli ma strumento di sopravvivenza. Ecco perchè mi riconosco nel concetto di ateo-devoto. Le tesi di Polistena sullo psicomeno purtroppo si trovano solo in una rivista introvabile che si chiama "Malvagia" comunque rappresentano lo strumento più avanzato per coglier eil fenomeno religioso
di agostino zinni del 05/02/2010 16.09.25
Intervengo sul commento che precede, da cui mi sembra si possa introdurre un argomento di una certa importanza, o alquanto intrigante, che vale la pena d'accennare in questo settore così utile del nostro sito. Dunque, mi pare di capire che il problema consista in questo: "Le grandi religioni di questo nostro tempo sono tutte dei monoteismi. Nella più limitata delle ipotesi, si tratta di summodeismi, ma il contenuto finale varia di poco. La loro convivenza è possibile solo a patto che le rispettive fedi trovino la strada per rispettarsi vicendevolmente. Se questo non dovesse avvenire, la sola alternativa sarebbe la sopraffazione, nel nome della superiorità d'un Dio rispetto all'altro." Ebbene, diamo per scontato che le cose stiano effettivamente così. Mi chiedo: "Sulla base di quale convenzione si potrebbe ottenere la pace delle fedi di cui si parla? Quale accordo sarebbe capace di comprendere e fare comprendere le ragioni di una convivenza a livello religioso, magari, richiedendo un compromesso delle coscienze dei fedeli?"
Temo che un progetto del genere finirebbe per tradursi nella creazione di una sorta di olimpo, ove consisterebbero le religioni del mondo. Insomma, direi che il paradosso si dimostrerebbe nel fatto di pretendere da religioni monoteiste di professarsi rispettose di un patto inter-religioso, con l'effetto primario di ridurle a una specie di politeismo sovra-etnico - e sovra-etico. E la cosa apparentemente ancor più paradossale si dimostrerebbe nell'esito di pacifica convivenza, che tanto ricorda il metodo di aggregazione delle culture, praticato dalla Romanità. A dire il vero, ci sarebbe un'altra via, sostanzialmente analoga alla precedente: "lasciare che la convivenza ricercata nel patto tra fedi sia trovata in maniera meno plateale (e formale), nella necessità della nostra vita quotidiana, che ci sospinge verso altre cure". Ma, anche in quest'ultimo caso, non ci sarebbe da domandarsi cosa suggerisce la sospensione di giudizio del nostro spirito?
di Gian Franco Lami del 29/04/2008 16.49.07
"Credo che, necessariamente, le confessioni religiose debbano potere esprimere il contenuto delle loro fedi attraverso forme di reciproco accordo" afferma Chiodi ma non penso sia semplicissimo mettere d'accordo le varie confessioni religiosi, anzi mi sembra che possa esserci una sorta di concorrenza spietata!
di Roberto Domenici del 22/04/2008 20.18.39


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