Home  |  La Rivista  |  Settori  |  Biblioteca  |  Agenda  |  News Letter  | 

Terza pagina


Stampabile
PDF
Commenta
Aiuto
indietro

Religione e politica nella società post-secolare”. A colloquio con Giulio Maria Chiodi, filosofo e simbolista.

di Giulio Battioni

Una sentenza visionaria ne aveva decretato la morte metafisica. Gli ardori rivoluzionari ne avevano demolito i simboli culturali. I fantasmi delle ideologie secolari ne avevano perseguitato le istituzioni storiche. Reali, incarnate, umane. Dio è tornato ad abitare la scena pubblica contemporanea, in una ultima modernità dominata dalle nuove religioni politiche, l’islamismo radicale e il fondamentalismo laicista. Il primo ha “ambizioni” globali, il jihad armato, lo “sforzo” sul sentiero della liberazione del mondo. Il secondo ha “nostalgie” locali, di re-incantamento dell’Occidente manu scientifica, sul sentiero della liberazione dell’uomo da sé stesso. Nemici comuni sono la civiltà universale nelle sue radici classiche, ebraiche e cristiane.
Al tema del controverso rapporto fra “religione e politica nella società post-secolare” ha dedicato una intensa tre giorni di studio, la Società Italiana di Filosofia Politica.
I lavori si sono svolti a Roma, a metà settembre, fra la Sala della Promoteca in Campidoglio, il Centro Studi Americani e l’Aula Magna del Rettorato dell’Università Roma Tre. Gli interventi di Jürgen Habermas e Gustavo Zagrebelski, hanno senza meno costituito l’apice “mediatico” di un’assise nella quale si sono radunati anche altri illustri dottori da Giacomo Marramao a Vittorio Possenti, da Michele Nicoletti a Giulio Maria Chiodi. Con quest’ultimo, professore ordinario di Filosofia Politica presso l’Università dell’Insubria e grande esperto di “simbolica” del potere, ci siamo intrattenuti a colloquio.

Battioni: Il dibattito sulla laicità del governo trova nella bioetica una materia nevralgica, tra le più incandescenti dell’attuale confronto politico. Dalla fecondazione assistita alla ricerca sugli embrioni, fino agli aborti selettivi. Anche papa Benedetto XVI ha esortato alla tutela e la promozione dell’humanum non solo come aspirazione del catechismo della Chiesa cattolica ma anche, e soprattutto, come esigenza della ragione umana. Secondo Lei, il “mondo laico”, il mondo della scienza e della cultura, ha recepito a sufficienza questo invito? Sul terreno della ragione, i paladini della “non ingerenza” delle religioni nella vita pubblica sono davvero disposti a dialogare?

Chiodi: Non voglio parlare a titolo di uno schieramento piuttosto che di un altro. Né laico, né religioso. Preferisco scegliere la posizione critica dell’osservatore filosofico. Quello che vedo, ed è sotto gli occhi di tutti, è che oggi viene meno, sia per il forte sviluppo della tecnologia, sia per la velocità dei cambiamenti, il senso di sicurezza, di direzione, di significato che si possa dare alle operazioni umane e anche ai criteri di organizzazione della società. Di questo ne risente tanto il mondo laico quanto il mondo religioso. Per cui l’incontro e lo scontro dei due nasce dal senso di una crisi, che investe entrambi. E’ un dato di fatto, comunque, che “i paladini della non ingerenza” (come li ha definiti) spesso plaudono agli interventi del papa, quando li considerano conformi alle loro idee. Il concetto si presenta piuttosto opportunistico.

Battioni: Parliamo di “multiculturalismo”. L’Accordo di Modifica del Concordato riconosce che “i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”, ma intanto si rivendicano la rimozione dei crocifissi, l’abolizione delle processioni, il divieto di rappresentare il presepe. In Italia, come in tutto il mondo post-cristiano, la domanda di pluralismo religioso è spesso declinata come “odium sui”, negazione di sé, eliminazione della propria identità storica. Un esito paradossale della tolleranza multiculturale…

Chiodi: Più che da noi, questo problema specifico è vissuto con maggiore tensione in altri paesi, come la Francia ad esempio. Il problema è ancora una volta riconducibile alla forte crisi, alcuni dicono dell’“identità”, ma io preferisco dire dell’“autocoscienza” della collettività che porta ad avere difficoltà a riconoscersi in ideali e valori. Nella visione di un ideale forte, a un certo punto subentra una conflittualità che suscita paura. In questo senso, anche il problema dell’identità cristiana, della presenza dei simboli cristiani all’interno delle organizzazioni pubbliche risente di questa tensione e il cristianesimo si diluisce e si intimidisce.
Credo che nel fondo, e non c’è dubbio, il cristianesimo è stato l’elemento che ha nutrito e fondato una convergenza delle culture europee. Penso che l’Europa abbia avuto il suo momento oserei dire “epico”, il suo momento di primo coagulo nel Medioevo, quando la Chiesa di Roma, nella quale allora le scissioni non erano ancora del tutto chiare e operanti, anche se c’era una forte differenza con l’Oriente, si è incontrata con le nuove forze, le nuove energie provenienti dall’Europa del Centro-Nord, in particolare dai Franchi.
La Chiesa, dunque, ha ripreso attraverso il cristianesimo l’antica universalità romana, incontrandosi con il particolarismo, con la pluralità dei popoli, prevalentemente germanici. Questo incontro ha creato il primo nucleo dell’Europa che, certo, è stato all’insegna del cristianesimo. Basti pensare all’opera dei benedettini, per esempio, e all’importanza dei loro monasteri per la cultura europea. Sicuramente, ci si può domandare quale significato abbia oggi tutto questo. Ci si può chiedere se questo sia un ricordo o meno. Qui il problema risale alla litigiosità, alla conflittualità, alle paure che oggi ci sono nello sposare una causa o nel condividere fortemente un significato aggregante piuttosto di un altro.
In pratica è ritenuto più prudente dimenticare.

Battioni: Nel terzo millennio la Chiesa è impegnata nelle sfide globali del terrorismo, della povertà e degli eventuali rischi ambientali. Al suo interno i carismi egli stili di presenza sono numerosi e assai diversi, nelle gerarchie come nel laicato: progressisti e conservatori, tradizionalisti e liberal, post-metafisici e “atei devoti”. Quale di questi settori, a Suo avviso, ha maggiore propensione o maggiori attitudini alla laicità del dibattito?

Chiodi: Vedo un pericolo nel fatto che a volte la laicità viene presa per una nuova religione e quindi tende a dogmatizzare alcuni principî, alcune regole, alcuni comportamenti. Da questo punto di vista, può cadere negli stessi errori in cui, dall’altra parte, può cadere una posizione fideistica, integralista. Nella situazione contemporanea, a lunga scadenza, credo ci siano tre problemi di fondo che vanno affrontati, indipendentemente dal mondo laico o religioso.
Il primo è la forte evoluzione tecnologica, senza la quale è minacciata la sopravvivenza. Il dramma è che questo aggiornamento tecnologico è oggi quasi auto-riproducentesi. Sono le stesse tecnologie che fissano i programmi della loro auto-riproduzione. Questo aspetto offre grandi vantaggi, ma pone anche grandi problemi quali la globalizzazione o l’universalizzazione senza confini. Il secondo è la società di massa.
La massificazione o la tendenza massificante vuol dire, in sostanza, creare stati di indifferenza, tra un individuo e l’altro, un gruppo e un altro ancora, una credenza o un’altra, strumentalizzati tutti da questo meccanismo in cui la comunicazione, ad esempio, con le sue modalità omologanti, sembra aver sostituito la conoscenza. Il terzo problema è, infine, la burocratizzazione che sostituisce la politica.
Oggi le idee politiche, le prospettive comuni si discutono, ma sostanzialmente si traducono in apparati di controllo che comportano anche una forte deresponsabilizzazione, perché, basta che funzionino le procedure e gli uffici, nessuno è più responsabile. Questi tre concetti, o fenomeni, sono strettamente legati e interdipendenti. Ora mi domando: cosa vuol dire religione, cosa vuol dire laicismo di fronte a tutto questo? Vuol dire, tentare il recupero di un senso profondo dell’umanità, della comprensione, della condivisione umana e anche della capacità di potenziale critico e creativo dell’essere umano che vengono minacciati da questi tre elementi. La religione poi ha un suo ruolo insostituibile perché religione vuol dire apertura a un’alterità superiore, a parte le modalità istituzionali nelle quali può realizzarsi. Il ruolo del laicismo consiste nel perseguire interessi critici. In questo sono “paolino”, cittadino di due mondi, l’uno superiore, l’altro terreno. Conviviamo in tutti e due. Se eliminassimo i principi introdotti dal laicismo, si rischierebbe di cadere nell’ambito di un dogmatismo chiuso, astratto, spiritualizzante o che tale più non è. Se si elimina completamente un aspetto religioso, si rischia di eliminare il senso di qualcosa di superiore cui, in una certa misura, bisogna pur sottomettersi.

Battioni: Cosa pensa dei cosiddetti “atei devoti”, cioè di quanti vedono nella Chiesa, a prescindere dalla professione di fede, un ruolo storico-civile e nell’edificazione delle civiltà umane e, in particolare, dell’Europa e dell’Occidente?

Chiodi: Costoro riconoscono i valori culturali provenienti dalla tradizione cristiana e dalla religione. Valori e anche dis-valori. Gli atei devoti riconoscono la portata e la capacità aggregante del cristianesimo. Voglio però precisare una questione. Sono dell’opinione che la contrapposizione tra ateo e non-ateo porti molto spesso a delle grosse ambiguità. Se viene chiamata in causa l’esistenza di Dio, c’è chi crede e c’è chi non crede. Sono sullo stesso piano entrambi, poiché entrambi hanno deciso su una realtà comunque superiore alle loro possibilità di retto riconoscimento. Ma rimane fermo un punto: eliminare Dio e il divino significa crearsi altri dèi e altre divinità, strumentali, devianti e impropri. La religione tradizionale occorre per non farsene un’altra caricaturale.

Battioni: Le religioni molto spesso dividono. Lo si vede quando si ha che fare con i temi della libertà religiosa o della verità nella sfera pubblica. C’è un’alternativa al binomio, fondamentalismo/laicismo?

Chiodi: E’ molto difficile dirlo. Se si parte dalla contrapposizione politica/religione, laicità/religione, tertium non datur. Non capisco, però, come l’uno possa mettersi al di sopra dell’altro. L’ho detto, mi sento cittadino di due mondi. C’è però il fatto che alcuni valori molto sentiti, come la libertà, la democrazia o l’eguaglianza, potrebbero avere un forte sostegno a partire da un forte sviluppo della società civile: non tanto dallo Stato, non tanto dalla vita privata in quanto tale, ma da quella sfera di relazioni pubbliche che non è e non deve essere necessariamente condizionata da scelte politiche. Al problema laicismo/religione è dato sempre un connotato politico, mentre ci sono dei fenomeni pubblici legati alla società civile che potrebbero prescindere dalla questa politicità. Per esempio, spontaneamente, possono formarsi organizzazioni in cui il modo di pensare e di vivere, legato alle finalità, introduce una etica e un senso della responsabilità, della cooperazione, dell’apertura all’altro. Questa organizzazione spontanea che può muoversi dalla base, certo controllata dall’ambito delle leggi, potrebbe essere un piccolo spiraglio per vedere come risolvere questo dualismo, questo contrasto che, secondo me, è tenuto in vita molto più dalle ideologie e dagli interessi politici che non dal sentimento comune.

Battioni: Quindi la religione può essere un presupposto della convivenza civile…

Chiodi: Certamente, una componente ineludibile della società civile. Una forte componente della società civile. Forte o debole a seconda dei casi. Il luogo più fertile per una risoluzione del problema è quello del senso civile e della responsabilità. Meglio ancora, del senso del dovere, oggi dimenticato, a differenza dei “diritti”, di cui, francamente, si parla un po’ troppo. Il contributo religioso è a tal fine il più prezioso.

Battioni: Concludiamo con le religioni storiche, le Chiese e le confessioni religiose. Quali obblighi e quali diritti hanno nel professare le loro fedi sulla scena pubblica?

Chiodi: Credo che, necessariamente, le confessioni religiose debbano potere esprimere il contenuto delle loro fedi attraverso forme di reciproco accordo. Non credo che possa esserci un principio astratto assoluto applicabile e certamente non frutto di decisioni politiche.

Sono presenti 24 commenti a questo articolo. Clicca qui per leggerli. Data pubblicazione : 24/02/2008
Torna su


 
Totale visitatori : 258.252 Utenti connessi : 4
Page copy protected against web site content infringement by Copyscape
FilosofiaPolitica.net è una Rivista on-line indipendente di cultura filosofica e politica.
Copyright © 2005 - 2007 FilosofiaPolitica.net Tutti i diritti riservati.
Ultimo aggiornamento : venerdì 17 aprile 2009
Pagina generata in 0,125 secondi
Redazione - Partners - Rss - Note Legali