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Filosofia


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Chiesa e mondo nella «Spe Salvi» di Benedetto XVI

di Marco Lavopa

«Spe salvi facti sumus» («Nella speranza siamo stati salvati»)…è con questa citazione di san Paolo ai Romani che Benedetto XVI inizia la sua seconda lettera enciclica «Spe Salvi».

Un’enciclica centrata sul rapporto tra speranza (la speranza come redenzione dell’uomo), salvezza e fede, ed il dialogo fra fede e ragione; un nuovo documento papale che riflette ancora una volta tutta l’ansia del già cardinal J. Ratzinger, più volte espressa nei riguardi di quell’Occidente europeo culla della cultura cristiana.

Una penetrante riflessione – una vera e propria negazione – su tutte quelle ideologie che pretendono di portare giustizia tra gli uomini senza Dio: «Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia, è un mondo senza speranza»*, afferma Benedetto XVI, respingendo a tal ragione qualunque forma di individualismo cristiano, puntando il dito contro quel credente, sopratutto europeo, religiosamente distante che tende oramai a rifugiarsi in una dimensione di salvezza meramente privata.

Per far ciò prende in esame tutto il cammino filosofico successivo a Francesco Bacone, addebitando alle filosofie moderne la responsabilità di aver messo in disparte la teologia a favore del rapporto tra scienza e prassi, così che la fede è stata spostata sul piano privato e ultraterreno, cosicché da divenire una dimensione trascurabile dell’umana esistenza.

La crisi della fede è sentita da Benedetto XVI come crisi della speranza cristiana, naufragata e messa ai margini dalla fiducia/fede nel progresso – scientifico e tecnologico – fulcro del moderno mondo mondano.

Nella lettera enciclica vengono contestate tutte quelle dottrine che si arrogano di sostenere una giustizia tra gli uomini senza Dio: «Un mondo che si fa giustizia da solo è un mondo senza speranza», afferma il Pontefice. «L’errore fondamentale di Marx – chiarisce il Pontefice – è stato di dimenticare l’uomo e la sua libertà». «Credeva che una volta messa a posto l’economia tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo».

Ad onor del vero, a K. Marx il Pontefice riserva, pur criticando il suo errore fondamentale, singolari apprezzamenti per la sua vitalità di pensiero e sagacia d’analisi.

Ma questo non lo distoglie da dispensare le dovute critiche finanche verso quella tanto avversata rivoluzione francese (associando ad essa tutte le ideologie e le rivoluzioni del ’900: quella marxista, quelle storiche e quelle scientifiche) responsabile e depositaria di quella ideologia illuminista che ha, nell’uomo del tempo moderno, preso il posto della fede nel Dio d’Abramo o quanto meno l’ha messo ai margini della propria esistenza.

Si passa dal concetto di speranza e fede, al tema della vita eterna e del rapporto fede-ragione, fino ad una trasfigurazione della speranza in una sorta di sana speranza cristiana, ed è in questo susseguirsi di ragionamenti filosofici – che spesso portano a vere e proprie invettive contro il moderno – che s’impone la domanda di Benedetto XVI: può l’uomo moderno fuori della dimensione della fede cristiana, sperare?

Secondo la visione “contemporanea” del Pontefice si evidenza oggigiorno una sempre più marcata rottura tra Chiesa (la storia sacra) e moderno progresso (storia profana): data una totalizzante visione della curia romana, il mondo della città temporale si mostrerebbe di fatto anacronistico, poiché superato dal mondo della Chiesa.

Di conseguenza il mondo della Chiesa si presenterebbe, a sua volta, nei confronti del mondo mondano come «catacronico», in quanto anticipazione del mondo a-venire.

È chiaro che ci troviamo dinanzi ad un ennesimo insuperabile divorzio tra Chiesa e mondo, una sventurata profezia di antica memoria che s’auto avvera.

Nell’analizzare i complessi rapporti tra Chiesa e mondo moderno, Papa Ratzinger, specula su attempate divisioni di pensiero (cristiano vs illuminista) cercando di reintrodurre vecchie categorie interpretative dell’antica Chiesa cristiana, bypassando il rinnovamento di matrice conciliare e quanto di buono da esso era stato tracciato – nell’aggiornamento delle sue linee guida – nella prospettiva di un novello rapporto tra Chiesa e mondo moderno.

Ci si riferisce all’epocale evento del Concilio Vaticano II ed in particolar modo a quanto riportato nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes (1965), da questi partorito.

Di fatti, in essa tra gli altri si afferma: «pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Dio, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio»1.

Se Dio si rivela nella storia, questo non può avvenire solo in relazione ad un segmento della storia, ma deve verificarsi con riferimento alla totalità della storia e che piaccia o no anche alla moderna storia dell’uomo con i suoi annessi e connessi.

La storia della teologia da sempre registra molteplici tensioni tra fede e ragione, quest’ultima mai omogenea o tout court, ma espressa in moltitudine di ragioni: come la ragione di Tommaso d’Aquino e quella di Lutero tra loro dissimili; o come la moderna di Dilthey che si configura – dopo Kant ed Hegel – in qualità di ragione storica.

La ragione storica è orientata al futuro così come la fede in forza alla sua dimensione escatologica.

Non vi è dunque contrasto tra fede e ragione, bensì una reale possibilità di rapporto di mutuo soccorso, una giusta proiezione di forze atte al bene comune?

Bisogna notare che questo approccio mantiene indistinti i riferimenti ai grandi temi teologici tradizionali della colpa originale, della redenzione, della salvezza, della rivelazione o della dottrina trinitaria.

Sono temi difficili da comprendere e da spiegare ad una società secolarizzata come l’odierna, una dimensione dove la cultura mediatica ha preso il posto della cultura “alta”, rendendo incomprensibili alcuni temi da sempre centrali dell’esistenza umana come il tema della fede religiosa.

C’è qualcosa di antico nella questione della «razionalità della fede», tema centrale della oramai più volte decantata lezione di Ratisbona (settembre 2006), ma posto sotto silenzio dagli addetti ai lavori (un silenzio dettato forse più da incapacità interpretativa che da volontà speculativa) che per lo più si sono concentrati sulla pur non marginale questione «Islam vs Cristianesimo».

Tuttavia, il disegno efficace del Pontefice condurrebbe a rendere evidente la nodale questione del rapporto fides et ratio.

Nell’enciclica Benedetto XVI riflette sulla speranza cristiana come necessità per potere superare le paure esistenziali dell’essere umano, una speranza che si fonda sulla promessa di Dio di un futuro accessibile ad ogni persona grazie alla morte e resurrezione di Cristo.

Contro ogni revisionismo teologico, dispensa critiche al naturalismo scientifico considerato ostile sia alla fede sia alla “razionalità vera”, quest’ultima diretta al trascendente e che s’interroga su Dio («la ragione della fede»), evidenziando le possibilità di crisi di una modernità autoreferenziale, tendente a voler oscurare il chiaro messaggio evangelico.

Un messaggio riferito soprattutto alla comunità cristiana che rischia di naufragare nel semplice attivismo organizzativo (anch’esso autoreferenziale), venendo meno alla propria vera missione: l’attività evangelizzatrice.

Vista in questi termini l’enciclica rappresenta per la fede e la ragione, un’opportunità per purificarsi dalle scorie dell’autorefenzialità, deriva del permanente processo di secolarizzazione della moderna società. Papa Raztinger difende e rivendica l’antica tradizione cristiana, una tradizione che egli vuol recuperare attraverso le radici latine della ratio cristiana.

Per il Papa ancora oggi non è facile dialogare e capirsi tra fede e ragione, tra modernità e cristianesimo, poiché è stata messa in disparte la speranza e con essa la speranza di un futuro differente.

Il Pontefice nell’enciclica segue le orme tracciate nel suo libro Gesù di Nazaret (2007)2, tracciando le linee di una visione del cristianesimo tutta edificata sulla certezza della promessa di Dio che si compirà nella storia dato che garantita dalla sua realizzazione anticipata in Gesù di Nazaret, figlio di Dio.

Un Dio giusto e amorevole che terrà conto delle responsabilità del loro operare, del loro soffrire, della gioia e dei dolori.

Una riflessione – tutta quella presente nella «Spe Salvi» – mutuata dalla tradizione evangelica, nello specifico della teologia escatologica come teologia della speranza del teologo J. Moltmann: «[…] nella vita cristiana la priorità appartiene alla fede, ma il primato alla speranza»3.

Senza speranza la fede, di fatti, si fa debole e quindi morente. La fede in Cristo, senza speranza, apporterebbe una conoscenza di questi non duratura ed infeconda.

Il Pontefice, nella lettera enciclica, mette in luce tutta la sua preoccupazione nei confronti di una società che si nutre di una speranza al di fuori della fede, riducendo la speranza cristiana (speranza della fede) ad impura utopia – così com’è rappresentata in Bloch, «secondo un prius economico ed un primato umanistico»4 – decurtandola della propria dimensione teologica.

La Chiesa cattolica e il cristianesimo si presentano a Benedetto XVI emarginati (in quanto solo fatto religioso) dal centro di una società sempre più secolare e pluralista, contenuti in una singolare dimensione privata atte a ridurne il tradizionale ruolo fondamentale di cultus pubblicus (esercitato sin dai tempi della chiesa Costantiniana): «Per l’antica concezione religiosa la chiesa poteva essere corona della società, centro risanante, incarnazione del divino ed elevazione dell’umano. Ancora oggi queste idee ci sono familiari. L’autenticità però si trova, con il suo amore servizievole, nel mezzo della croce della società e proprio in questo esso diventa speranza per la società, speranza di cui è responsabile il presente»5.

La comunità dei cristiani, secondo la riflessione di Benedetto XVI, esisterebbe di una promessa che rivelerebbe un orizzonte di speranza per tutta la natura umana; una comunità quella dei cristiani che vivrebbe nel mondo come servizio alla futura salvezza dell’umanità, e che per tutte queste “ragioni” sarebbe leggittimamente in possesso di una missione pubblica.

Tuttavia, se il Pontefice vede i confini della speranza soltanto nello spazio circoscritto della fede, se sottomette la ragione scientifica alla ragione della fede, se disconosce al sapere scientifico qualunque spazio di autosufficienza e di consapevolezza conoscitiva sulla natura e sull’uomo, demolisce tout court la realtà stessa della ragione moderna, fornendo una risposta negativa alla domanda postagli dal filosofo tedesco Habermas durante il colloquio/confronto del 2004 presso l’Accademia cattolica di Monaco (quando era ancora il cardinale J. Ratzinger), ossia se la teologia cristiana deve tener conto delle sfide della ragione moderna6.

Nei fatti, Papa Benedetto XVI prova a marcare fermamente un sovvertimento di rapporti, tale da contrassegnare il comportamento dei cattolici nei confronti del mondo di terzo millennio.

Pur scontando una posizione di minoranza, il Pontefice non si sottrae dalla testimonianza di sé e delle proprie convinzioni, dando forma a marcati comportamenti di rigidezza che certo non favoriscono un prossimo costruttivo confronto tra le parti (Chiesa e mondo moderno) e tra le loro disparate pluralità di visioni.

Allora anche la scelta di dichiarare il 2008 «anno europeo del dialogo interculturale», affinchè si conosca meglio per poter avere un vero dialogo sulla base del riconoscimento e rispetto reciproco, si mostrerebbe come un ennesimo palliativo.

Rifiutando aproristicamente – sulla base di una insostenibile ortodossia cattolica – il dialogo, il confronto costruttivo sui nodi che la modernità ci pone, l’eredità di quella stessa Chiesa conciliare oramai sepolta assieme al suo padre iniziatore (il Beato Giovanni XXIII) nelle cripte vaticane, anche l’enciclica «Spe Salvi» si colloca come ultima occasione perduta da parte della Chiesa cattolica di mettere seriamente a colloquio dialogante fede e ragione, Chiesa e mondo moderno.


*Cit., Il Giudizio come luogo di apprendimento e di esercizio della speranza, in lettera enciclica «Spe Salvi» dato a Roma, presso San Pietro, il 30 novembre, festa di Sant’Andrea Apostolo, dell’anno 2007, terzo del Pontefice Benedetto XVI.
1Cfr., Costituzione pastorale Gaudium et Spes, (n. 39), (1965).
2Cfr., J. Ratzinger (Benedetto XVI), Gesù di Nazaret, Milano 2007.
3Cit., J. Moltmann, Teologia della speranza (1964) p.14. Lo stesso Moltmann richiamava i cristiani, sempre nel suo celebre scritto a tornare ad una visione che valorizzi il presente della Storia a partire dalle cose ultime.
4Cit, E. Bloch, Naturrecht und menschliche Wurde, Frankfurt (1961), p.13.
5Cit., J. Moltmann, La «rosa nella croce del presente», (1961), in Prospettive della teologia (1968), p.272. il volume raccoglie gli scritti tra il 1960 e il 1968, ed abbraccia la fase preparatoria e la fase immediatamente successiva a Teologia della speranza.
6Cfr., Ratzinger/Habermas, Ragione e fede in dialogo, Venezia 2005.

Data pubblicazione : 16/01/2009
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