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Politica


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Il proporzionalismo

Luigi Leone

È fastidioso dover riprendere un dibattito che sembrava ormai chiuso. Eppure sembra sia d’obbligo ricominciare sempre daccapo, sia pure con qualche variante, quando si tratti della politica italiana. Così è per il caso del ritorno del proporzionalismo in Italia, da poco rimpatriato ufficialmente dopo essersi rifugiato per un decennio nel sottoscala del 25%.

Si prefigura oltre a ciò imbarazzante tornare a parlarne, perché indirettamente torneranno alla memoria politici illustri i quali hanno - in sequenza - più volte assunto e ritrattato la propria posizione sul tema, a seconda della contingenza. È ovvio poi che trattasi di disputa assai provinciale, che in paesi a democrazia avanzata non si pone più; ma può servire, quest’ultima evenienza, a dire un po’ di cose definitive sulla questione, al fine di chiuderla e non doverci tornare mai più, con grande compiacimento (speriamo anche di chi legge).

Dunque: va innanzitutto chiarito che non si può rimanere neutri di fronte a questo tema; e chi lo fa o ignora la materia, o è in malafede; ovverosia: o non vuol conoscere (per la gioia dei proporzionalisti, e avanti vedremo perché), oppure – ove conoscesse - mente fingendo che tale sistema sia più giusto di un altro, o peggio ancora finge, sostenendone la generica  equivalenza con altri. Non è così. E il sol fatto che in tanti vi si affannino dovrebbe bastare a dimostrarlo.

Non si può soprattutto rimanere neutri perché, nel dibattere questo argomento, si sta dibattendo della vita e della morte: della democrazia. Perché? Perché si discute di come una volontà, quella del popolo sovrano, venga tramutata in un’altra, quella dei decisori. Se non ci si rende conto di quanto sia pericoloso questo passaggio, allora davvero è perché o si ignora o si finge.

Infine, non è giusto usare un tono accademico per trattare questa materia, perché le si attribuirebbe una dignità che non merita: invero nello sceverare i meccanismi psichici che stanno alla base della scelta di un sistema, fatalmente si incontrerà il disordine della coscienza (come direbbe Voegelin). Si incontreranno cioè aberrazioni delle psichi - consapevolmente esercitate, e meno consapevolmente subìte – utili a dar cittadinanza al principio di separazione fra etica e politica da qualche secolo in auge, in forza del quale non importa affatto quel che è vero, ma ciò che appare utile.

Allora, prima di iniziare, per trasparenza, è giusto spiegare che chi scrive è contro il proporzionale e per il maggioritario. Vedremo se gli riuscirà di portare ragioni convincenti anche per chi legge.

Innanzitutto, il più sinteticamente possibile, un po’ di storia italiana sul tema, perché altrimenti si scivolerebbe in un mondo di quozienti; e si smarrirebbe il vero oggetto della disamina, che è ben altro.

Alla fondazione della Repubblica, vi fu chi sostenne le tesi del maggioritario,  ma venne travolto dalla piena dei partiti di massa nascenti, i quali avevano visto – grazie alla legge Acerbo fascista – quali miracoli poteva compiere un sistema proporzionale, e dunque ambivano a pesarsi l’un l’altro giacché sapevano che, al di là della lettera, non lo Stato, ma i partiti dovevano essere la vera ossatura della nascente Repubblica, e i fatti che seguirono confermarono ampiamente questa conclamata evidenza. A titolo di esempio si potrebbe ricordare che non solo le regioni, ma addirittura la stessa Corte Costituzionale, rimase a lungo solo sulla carta. Ma andiamo avanti. Il successivo momento chiave fu la battaglia sulla “legge truffa”, quella voluta dalla DC che si era appena accorta di non poter governare con la pletora di partitini nata dal proporzionale, e così chiamata dal PCI che non accettava il premio di maggioranza in quanto giustamente ingiustificabile, se la logica era quella proporzionale. Una vera battaglia, fisica, con tanto di scranni che volavano, per giorni, anzi settimane.

Verrebbe fatto di chiedersi perché oggi non sia accaduta la stessa cosa, a parte un timido no d’ufficio, ma vedremo più avanti se verrà fuori una risposta a questo quesito.

Passa un quarantennio di pratiche tipicamente proporzionaliste (correnti, camarille, spartizioni, lottizzazioni di beni pubblici ad uso di associazioni privatistiche non registrate, quali i partiti erano e sono nonostante la lettera della Costituzione) e infine - grazie alla tenacia di un oscuro figlio d’arte, naturalmente subito bollato d’infamia dal partito-stato che era ancora la DC (correlato del proporzionalismo, l’eternazione) - il popolo italiano, disgustato dagli scandali di quel quarantennio (Loockeed; Sindona-Calvi-Ambrosiano-Ior-Marcinkus-Sindona; P2-RCS-protezione; Metropolitane Milanesi e Aeroporti da un Miliardo al Millimetro), decide di porre fine a tutto col referendum sulla preferenza unica, togliendo così dalle mani dell’ élite insediata e perpetuatasi, il prezioso giocattolo delle cordate, con il quale il primo della lista trascinava i suoi famigli nell’occupazione decennale dello stato (con la s minuscola, in quanto trattavasi di cosa privatistica). E ben lo capirono gli italiani che davvero privatistica era, quando un illustre esponente dell’ élite, già presidente del consiglio, invitò l’intero popolo dei votanti ad andare a mare, visto che si era nel giugno del 1991, piuttosto che occuparsi di quelle cose tecniche per addetti ai lavori (altra prerogativa del proporzionale, l’oscurità). La risposta del corpo elettorale fu sorprendente, e devastante, per l’autoperpetuatasi classe politica. Ma non fini lì, perché nel 1993, dopo una raccolta di firme spropositata, il 90% degli italiani, con un altro famoso referendum, disse sì al maggioritario e no al proporzionale per la legge elettorale del Senato della Repubblica.

Ma, non dimentichiamolo, l’Italia era sempre il paese dell’incertezza del diritto. Cosa avrebbe dovuto fare un parlamento di fronte a 40 milioni di no al proporzionale, se non votare una legge maggioritaria per entrambe le Camere? Gli esempi, inglese, francese, e addirittura italiano statutario non mancavano, ma quello era un parlamento pieno di figuri che, pur se non ancora inquisiti dalla contemporanea inchiesta di Mani pulite, potevano sperare di esistere solo in un mondo strutturato dagli apparati di partito, altrimenti nessuno gli avrebbe dato nemmeno un posto di usciere. Dunque erano pronti a tutto; infatti, (sarebbe una bellissima tesi per uno studente) in quelle settimane si ripeteva quotidianamente il prodigio di centinaia di onorevoli che - alle 7 del mattino! – si riunivano; forse per cercare nel numero, nella coesione del branco, un’idea, un qualche scampo alla distruzione del loro mondo. E così, con una sfrontatezza e una furbizia che diedero ragione ancora una volta della fama negativa degli italiani nel mondo, giocando grettamente sul rimanente 25% proporzionale che residuava dopo i tagli alla legge elettorale del Senato apportati grazie al referendum, i partiti in parlamento dissero – non che il 25% residuava in quanto solo abrogativo il referendum – bensì che quella era la volontà degli italiani; e ne fecero legge anche per la Camera, mantenendo per di più agli apparati la scelta dei nomi da inserire nelle liste bloccate concorrenti per quel benedetto 25% che consentiva agli apparatnicik di trovare scampo, in attesa di tempi migliori (che infatti sono arrivati).

Ma - potrebbe obbiettare un qualunque studente di diritto pubblico - non aveva l’Italia una Corte Costituzionale, o un Presidente della Repubblica, o anche soltanto una classe accademica? Certo, la Corte avrebbe potuto – in quanto non veniva rispettata la volontà del Sovrano per mera rozzezza dello strumento referendario – negare efficacia alla proposta parlamentare e invitare il Parlamento a scrivere una legge compiutamente maggioritaria. E invitarlo ancora – ove Esso fosse davvero convinto che il residuante 25% era volontà del Popolo – semmai a proporre in seguito, sulla legge maggioritaria approvata, un referendum abrogativo. Tale avrebbe potuto essere anche la posizione del Presidente della Repubblica, e dell’intera classe dei costituzionalisti italiani. Questo in una democrazia sana. Ma eravamo sempre nella terra dei furbi capaci di tutto, come intendono i francesi quando dicono “ah! Les italiens…”; e poi gli apparatnicik  magari (chi può dirlo?) erano le medesime persone che avevano consacrato quei giudici costituzionali, presidenti e professori.

Inutile continuare. Basterà soltanto dire che il dibattito infuocato e anche di grande livello che si era avuto fino alla vittoria del referendum, dopo il mattarellum (la legge) divenne improvvisamente muto, e i professori si eclissarono.

Gli italiani forse allora compresero che l’illusione della palingenesi (concomitante alla disillusione di Mani pulite) era appunto tale, e quando venne proposto un altro referendum per abrogare il 25%, non ebbero più la fiducia necessaria a seppellire sotto le schede i sopravvissuti al cataclisma che aveva cancellato due partiti-stato; per cui bastarono alcuni morti ed emigrati sapientemente non aggiornati a far mancare il quorum d’un soffio, nonostante i votanti fossero stati tutti contrari al sottoscala-rifugio. Va detto però che, prima, tutti i sostenitori del maggioritario erano stati espulsi dagli organigrammi, o addomesticati, come insegnò la sincope del primo governo di sinistra della storia repubblicana, il quale era nato dalle urne con il motto “un premier, una legislatura, una maggioranza, un maggioritario”, e si ritrovò due anni dopo con un altro premier, un altra maggioranza e senza alcuna vera legge maggioritaria, pur nella stessa legislatura. La mazzata riservata alla sinistra nel crescendo Parma-Piacenza-Bologna, fece da corollario alla esemplare punizione nazionale susseguente. Ma, a dimostrazione della persistenza degli apparati, può bastare il fatto che, di fronte alla riproposizione esplicita del proporzionale da parte di una destra al governo disperata, non vi è stata alcuna reazione, pur se il premio di maggioranza riservato alla coalizione vincente avrebbe dovuto far urlare alla legge truffa la stessa parte politica che così aveva gridato 50 anni prima. E lo stesso Presidente della Repubblica, avrebbe ben potuto rinviare al parlamento una legge così spudoratamente contraria alla volontà del Popolo da riproporre il principio proporzionale da Esso ripudiato per ben due volte. Ma non lo ha fatto. È evidente che nemmeno da parte dell’opposizione avrà avuto sostegno, a parte la timida difesa d’ufficio. E la Corte? E i costituzionalisti? Siamo alle solite.

Gustavo Zagrebelsky, già membro e presidente della Corte Costituzionale (Manuale di diritto pubblico, Amato – Barbera, il Mulino, 1984, pagg. 669-694,) scriveva che “Il principio animatore della giustizia costituzionale è il principio di legittimità costituzionale … essendosi inteso rendere giustiziabili le controversie di diritto costituzionale”, onde per cui “si comprende come l’istituzione della Corte costituzionale abbia contribuito a rendere giuridici diversi rapporti costituzionali che in passato erano ascritti alla sfera della semplice politicità”. E aggiungeva che: “Ciò che ha guidato la Corte … a comprendere se stessa fra i soggetti abilitati a sollevare questioni …è … il criterio generale secondo cui ogni legge deve essere assoggettabile alla verifica d’incostituzionalità”. Dunque la Corte può – eccome! -  sollevare d’ufficio l’eccezione di incostituzionalità, avanti a se stessa.

Riguardo poi ai conflitti fra i poteri dello Stato, per individuare i soggetti legittimati a sollevarli – secondo l’illustre costituzionalista - si ricorre o alla “verticità, oppure alla quota di potere attribuito dalla Costituzione, al punto che furono riconosciuti ammissibili i conflitti sollevati dal comitato promotore referendario con l’Ordinanza n. 17/1978. Dunque, ancora, la Corte può sollevare il conflitto fra poteri dello Stato; e così il Presidente, per la verticità. E, ovviamente – sentenza n. 129/1981 – il conflitto “si estende a comprendere ogni ipotesi in cui dall’illegittimo esercizio di potere altrui consegue la menomazione di una sfera di attribuzioni costituzionalmente assegnata all’altro soggetto” (pag.682).

Bene: il Sovrano – esprimendosi nelle forme previste dalla Costituzione - per ben due volte si espresse contro il proporzionale; e solo la rozzezza dello strumento e una Corte dormiente sull’argomento delirante che il 25% fosse “voluto”, impedirono ad Esso di ottenere un maggioritario compiuto.

Avrebbe potuto dunque ritenere, il Presidente, che il Popolo fosse legittimato come potere, essendosi espresso direttamente? (Magari anche solo alla stregua di un qualsiasi comitato referendario!)

Avrebbe potuto ritenere il Presidente che il conflitto col Parlamento esistesse?

E che – ove mai – l’abrogazione del maggioritario avrebbe dovuto almeno essere dello stesso livello della consultazione che l’aveva istituita, dunque referendaria? Avrebbe potuto dunque rinviare la legge alle Camere? Crediamo proprio di si.

E la Corte? Avrebbe potuto sollevare davanti a se stessa il conflitto fra poteri dello Stato?

E i professori costituzionalisti, sempre presenti nei momenti topici, avrebbero potuto almeno evidenziare il fallo?

Lasciamo perdere. È la persistenza degli apparati.

Gli stessi, dicevamo, che sopravvivono in forza dell’oscurità dei testi proporzionali.  Se qualcuno nutrisse ancora dubbi in proposito, si vada a leggere il testo della legge dello stato italiano datata dicembre 2005, che ri-istituisce il proporzionale per entrambe le camere. In una democrazia vera ci si aspetterebbe di trovare un testo del tipo: “Le precedenti leggi sulla materia vengono abrogate. La presente legge statuisce che, per l’elezione ecc. ecc”.

In Italia invece, “il paese del diritto” come qualche imbecille ancora sostiene, si attacca con “…le parole di cui al comma x, lettera a) del d.p.r. n. 3888,9, vengono sostituite con le seguenti: …” e “le parole di cui alla L. 667/1980, qc, art.1, comma 2, lettera b, (e anche b sexties visto che ci siamo), vengono sostituite dalle seguenti…”.

Insomma una vera scorpacciata di limpidissime enunciazioni, di principii e di regole, in linea con la tradizione romana. Lo scopo, inutile dirlo, è di trasformare una materia riguardante il popolo e la polis, in materia riguardante ragionieri e burocrati. Ben coerentemente, infatti, il primo dibattito accademico romano sulla nuova legge elettorale si è avuto non nella Facoltà di Scienze Politiche, bensì in quella di Scienze Statistiche. E qualcuno si è pure accorto che in tutti quei rimandi vi erano delle incongruenze che potrebbero dar luogo a dei falli, o dei bachi, “bugs”, come si dice oggidì.  

Il fatto è che aveva visto giusto Augustin Cochin (1921) anni fa, anticipando la nascita della psicologia d’apparato, la quale per avere cittadinanza si traveste da democrazia di base.

“Il prezzo di questa fantomatica democrazia pura, l’altra faccia dell’ideologia, è infatti l’onnipotenza della macchina, di quel <circolo interno> della società o dell’organizzazione che prefabbrica il consenso e ne monopolizza lo sfruttamento: un’oligarchia anonima, una cricca di uomini oscuri, mediocri, subentranti l’uno all’altro, intercambiabili” (F. Furet, Critica della Rivoluzione francese, pag. 198, Laterza, 1998).

E qui siamo alla radice originaria di ciò che distingue il mondo del proporzionalismo da quello del maggioritario. Ed è, appunto, una radice psichica.

Perché all’inizio, per presentare il problema, abbiamo parlato di proporzionalismo, e non di questa o quell’altra legge proporzionale?

Perché si tratta di qualcosa che accomuna profondamente chiunque, decidendo di fare politica, scivoli in un preciso atteggiamento mentale. Cos’è infatti che lega trasversalmente quanto intimamente individui appartenenti a schieramenti anche avversari, in un profondo quanto comune sentire, come dimostrò la resistenza al maggioritario? È un certo atteggiamento della psiche, per il quale l’individuo si convince che la percezione di un meschino possa essere riscattata da una quotidiana frequentazione del gruppo; la quale dovrebbe fargli apprendere i meccanismi  della lusinga che produce consenso, per poi sperimentarli nelle prime calunnie e nelle prime camarille, al fine di acquisire la sicurezza necessaria a parlare (usando i luoghi comuni autorizzati dal gruppo) prima al gruppo stesso per esserne accettato, poi alla prima micro-assemblea pilotata, e poi infine alla prima assemblea provinciale e al primo piccolo comizio. La materia da trattare conta pochissimo, tanto si ripropongono i contenuti standard validati dal gruppo. La logica rimane questa, a qualsiasi livello: anche quando dovesse occupare un posto nello stato, il soggetto avrebbe come referente un componente del gruppo che ne ha legittimato esistenza e ruolo. Potremmo definirla la logica della colla: per essa chi ha passato anni ad incollare manifesti notturni altrui, acquisisce sol per questo un credito che dovrà un giorno riscuotere quando il partito, cioè il gruppo da cui si è fatto accettare sopportandone tutte le angherie di iniziazione, dovrà ricordarsi anche di lui, dandogli finalmente il posto nell’organizzazione, cui deve seguire quello nel parlamento.

Questa piccola ma importante digressione ci serve per mettere nella giusta luce certi meccanismi sociologici camuffati da azioni politiche, i quali sarebbero inspiegabili con le logiche politiche. Insomma: se tre individui prendono un tavolino e si siedono tutti dalla stessa parte, le interazioni che scaturiranno con un eventuale quarto dall’altra parte del tavolino, nonché fra di essi, saranno di tipo sociologico o politico? Se non si dimentica cosa doveva essere l’esperienza della pòlis, la risposta è semplicissima e immediata.

Ma duecento anni di utilitarismo hanno capovolto la percezione di condotte  che da economiche, cioè interessate, privatistiche e dunque anticomunitarie - come limpidamente evidenzia Fisichella (Il denaro e la democrazia, Nuova Italia Scientifica, 1990) - divengono pubbliche, politiche e addirittura strutturanti  per la comunità. E dunque questi due secoli sono riusciti a confondere in maniera definitiva il senso da attribuire alla parola politica, tant’è vero che il linguaggio ne ha sminuito il peso fino farle necessitare il plurale, con l’attribuirgli la leggerezza di una predilezione personale, quale quella che si può avere per un colore, o un vino; infatti si usa il plurale, nel parlare di politiche della scuola, del lavoro, del tempo delle donne, della cura degli animali, della cura del corpo, della cura dei rapporti di lavoro, della cura dei guasti derivanti dalla mancata cura dei rapporti di lavoro, e così via. Insomma una vera e propria esplosione di weltanschaung(s) personali (ci perdoni  Diltey): ciascuno ha la propria visione del mondo e ritiene abbia la medesima dignità di milioni di altre, e la medesima inconciliabilità. Come si vede, siamo in un mondo lontanissimo da quello della polis.

Siamo nel mondo del tavolino. Ovvero, tre persone (segretario, presidente, tesoriere) e un tavolino bastano a fare un partito: questa era l’immagine proverbiale per l’italiano medio. Ed è esattamente questo il correlato neuronale instauratosi e ineliminabile dai cervelli di qualche milione di nostalgici. Le stanze fumose, i destini dell’umanità decisi da pochi iniziati, la spartizione di risorse pubbliche capaci di innestare le vite di intere generazioni, la precisa consapevolezza – riconosciuta erga omnes!- della superiorità del tavolino rispetto a qualunque scrivania: come si può rinunciare a tutto questo solo perché qualche milione di imbecilli ha deciso di far diventare la democrazia una cosa territoriale, e pubblica? E il politico uno qualunque, esposto alla crudele valutazione della piazza? E in tempo reale per giunta, e senza appello?

Infatti la reazione del proporzionalismo - questa vera categoria hegeliana dello spirito - non ha mancato di prodursi.

A questo punto mancano solo un po’ di considerazioni tecniche, da costituzionalisti (quelli che scompaiono nei momenti topici), prima di poter trarre qualche conclusione e liberarci per sempre di questo increscioso argomento.

Dunque: qualunque buon trattato di scienza politica (Amato, Barbera, Fisichella, Lanchester, Pasquino, ecc.) si consulti, ci si accorgerà dopo un attento esame di tutte le forme proporzionali e di tutti i possibili maggioritari, che vi sono alcune particolarità assolutamente dirimenti: sono i crinali che dividono un mondo mentale dall’altro.

La prima costante che viene ad evidenziarsi è che, qualunque arzigogolo stia nel dividendo, qualunque espediente stia nel divisore, ciascun sistema proporzionale deve assolutamente dar luogo a un Calderone e a una Conta Successiva, mai immediata. Perché? Perché non si deve uscire – mai! – dalla stanza col tavolino. E dunque i resti dei voti inutilizzati devono essere dapprima racimolati, e poi appiccicati insieme pur se espressioni di volontà lontanissime nello spazio e nello spirito, al fine di dar luogo a più scranni parlamentari che sia possibile. Bisogna infatti disgiungere i voti dal territorio e dunque dalle persone che li hanno espressi, per poterli manipolare (a tempo debito) nel Calderone. Ossia: se si rispettasse rigorosamente il principio di corrispondenza fra numero minimo di persone votanti in un dato territorio e scranno parlamentare, fatalmente accadrebbe di non poter riempire alcuni seggi, sia per il mancato raggiungimento della soglia causato dalla pletora di liste, sia per le astensioni. Le quali ultime dovrebbero ben essere prese in considerazione nella logica del proporzionalismo, dal momento che esso si vanta di essere la fotografia esatta della realtà (cosa che non vuol essere il maggioritario, servendo esso a far funzionare maggioranze parlamentari, e non a sviluppare rullini). Sarebbe dunque giusto, nella logica fotografica proporzionale,  che l’emergenza di  una percentuale sensibile di astenuti abbia negli scranni vuoti il suo corrispettivo parlamentare. Sarebbe un chiaro messaggio di disapprovazione della classe politica nel suo complesso - e occorrerebbe rispettarlo! - se davvero il pregio del proporzionale è (come vogliono i puristi) quello delle fotografie. E non è neppure una proposta nuova. L’autore era un tedesco dei primi del ‘900 di cui si è cancellata ogni memoria, e infatti nessuno se ne ricorda il nome, nemmeno lo scrivente, non figurando esso in alcun manuale, chissà perché. (Anzi se qualche costituzionalista lo ricorda, gli renda gli onori della fama, per il bene della comunità scientifica internazionale.)

Ed è ben strano che nessun proporzionalista accetti questo principio, soprattutto considerando che l’alto numero di astensioni è proprio quello che (insieme al notabilato) egli rimprovera sempre ai sistemi maggioritari.

Una altra costante di ciascun sistema proporzionale, grazie al Calderone e alla Conta Successiva, è – come conclamano tutti i costituzionalisti, e come abbiamo ricordato sopra - l’eternazione delle cosiddette classi dirigenti al potere, cioè quelli del tavolino; i quali, pur evitando il confronto diretto con la piazza (lasciato agli specialisti della raccolta, presenti non a caso in decine di circoscrizioni diverse), riescono a racimolare voti per tutti i macchinisti, naturalmente piazzati in alto nelle liste che solitamente sono “bloccate”, cioè decise dalla macchina. E infatti: come erano quelle del sottoscala? E come sono quelle della attuale legge italiana?

La terza costante, la più importante di tutte (pro raccolta) è quella che davvero fa da dorsale spartiacque fra i due mondi del maggioritario e del proporzionale: la santificazione del simulacro in grazia del carisma dell’ubiquità, il Sacro Cuore per il quale i proporziofedisti si farebbero torturare e uccidere.  Ovverosia: in tutti i sistemi proporzionali il candidato, ricevuto il carisma, potrà essere presente in tutte le circoscrizioni, trasfigurandosi egli - da semplice concorrente vivente votato da altri viventi stanziali che con lui hanno interazioni – in immagine sacra incarnante la santità del tavolino, verso la quale i fedeli debbono semplice testimonianza di fede, non valutazioni contingenti; il che spiega perché è teoreticamente e teologicamente plausibile un simile fenomeno soprannaturale.

Inutile dire che tutto ciò è impossibile in qualunque vero sistema maggioritario, essendo possibile candidarsi solo in un collegio, dal quale esce vincente uno solo dei concorrenti; per cui i candidati bocciati dagli elettori, in Parlamento non arrivano (a meno che non ci si trovi in Italia).

Insomma, quello che un proporzionalista non potrebbe mai sopportare, è che la decisione sulle candidature passi dal tavolino alla piazza. Tanto è vero che quelle evitate come la peste dai partiti italiani che furono obtorto collo costretti al maggioritario (inficiato dal 25%) - tranne che in momenti disperati - sono state le primarie, anche quelle più manipolate. Già, perché il maggioritario porta ineluttabilmente allo sminuimento dell’apparato e all’esaltazione del confronto fra il candidato e il territorio.

Infine, la gloria suprema, il graal inviolabile di ogni vero proporzionalista  (al punto che i puristi fra essi non ritengono effettivamente tale il sistema tedesco basato su piccoli lander) è il Grande Calderone, ovverosia il Collegio Unico Nazionale. Grazie a questo oggetto taumaturgico i cui poteri sono proporzionali all’estensione del territorio e al numero dei votanti – per una  questione di quozienti che i filosofi non capiranno mai, ma ci sono apposta gli statistici – il numero effettivo di voti necessari alla materializzazione dello scranno diminuisce portentosamente, anche perché non vi è limite alla possibilità di raccolta dei resti. Poteva la legge elettorale italiana rinunciarvi? Certo che no. Questo è davvero il Santo Graal. Di fronte ad esso cessano le diatribe, ciascuno conviene ad una suprema armonia, ad una ritrovata fratellanza; anche i nemici politici più vecchi e irriducibili. Perché davvero, grazie ad esso, tre persone e un tavolino fanno un partito, e dunque può essere finalmente realizzata in terra la grande utopia della democrazia per tutti.

Riguardo ai sistemi maggioritari, la prima e più importante cosa da enunciare per definirli pienamente tutti, è che la conta è immediata (poiché viene fatta praticamente in piazza); e l’esito è certo, indiscutibile, e perciò stesso insottraibile al facile controllo del collegio dei votanti; i quali possono per di più valutare direttamente il rispetto del mandato da parte dell’unico eletto.

Questo vale per tutti i sistemi maggioritari, a uno o due turni. Ma in genere si commette l’errore di accomunarvi anche quelli ibridi, come quello italiano, dimenticando la  contaminazione apportata dalle quote proporzionali in grado di perpetuare le élites. Quote che ne i annullano pregi, che sarebbero invece proprio quelli di portare a maggioranze stabili, riconoscibili; di consentire il controllo sul rispetto del mandato; e soprattutto di punire le élites immeritevoli, col cambiarle facilmente.

Quando il maggioritario è tale – sia esso a un turno o a due turni – è perché non viene contaminato da alcuna quota proporzionale, e dunque non vi è spazio per la macchina. È vero che essa tenta comunque di gestire le candidature, ma è destinata a essere sconfitta, perché la battaglia viene fatta in campo aperto, non sul tavolino. Infatti i partiti mondati dal maggioritario esprimono sempre leader veramente sostenuti dal consenso dei votanti, perché fatalmente le primarie finiscono per imporsi sulle logiche macchinistiche. Basti pensare al caso americano, nato ultra-partitocratico (Fisichella, 1990, cit.), e divenuto col tempo esempio mondiale della legittimazione dal basso che costringe i candidati presidenziali a estenuanti tournées nei collegi per vincere le primarie, mentre in precedenza essi dovevano solo proporsi in alcuni salotti onde guadagnarsi il placet dei notabili con corredo di vincoli, poiché a tutto il resto pensava la macchina del partito.

Infine, una lettura superficiale tenderebbe a far credere che la differenza riguardi i turni, ove invece è questione di quorum. Ovverosia, il maggioritario a doppio turno andrebbe definito maggioritario ad alto quorum, poiché non v’è luogo al turno successivo laddove il candidato nel collegio superi il 50 per cento dei consensi, come democrazia comanda. Semmai andrebbe detto che – rispetto a quello delle vacche percentuali  - appare più giusto il sistema a ballottaggio fra i primi due, per il fatto che esso induce benèfici effetti immediati anche sull’elettorato. Infatti, in tale sistema, un candidato che voglia almeno sperare di giungere al ballottaggio dovrà - già in partenza! - disporre una base teorica di consensi del 40%, e ciò indurrà da un lato i partiti a convenire – sia pure obtorto collo – sul miglior candidato di quel territorio, e dunque ad usare come unico strumento veramente attendibile quello delle primarie; dall’altro, il linguaggio dei candidati sarebbe obbligato alla chiarezza delle opzioni proposte, al fine di accomunare volontà concordi.  La scelta dunque rimarrebbe al demos, e i partiti – perso il tavolino – diverrebbero luoghi di elaborazione intellettuale e di vero confronto di idee; o al limite potrebbero degenerare i comitati elettorali, ma certamente non potrebbero più essere spartitori di spoglie, dal momento che mancherebbe loro (oltre al tavolino) il gingillo della candidatura subordinata che permette di blandire prima e asservire poi.

In definitiva: il maggioritario con ballottaggio costringe elettori e partiti a comportamenti virtuosi.

Terminate le questioni tecniche, passiamo ai principii.

La cosa veramente sorprendente è che, nonostante centinaia di dibattiti infuocati (in passato), e tonnellate di carta e di inchiostro impiegate, a nessuno sia mai venuto in mente di esporre questa semplicissima considerazione:

  • se è pacifico che una qualunque investitura popolare debba venire da cittadini residenti e votanti, i quali con il voto esprimono una scelta, che è necessariamente alternativa ad altre;
  • se è chiaro che tale numero di votanti deve essere circoscritto a un territorio, se non altro per il fatto che il rappresentante dovrà esserlo di un gruppo di viventi che – appunto – lo hanno votato (atteso che i rappresentanti transnazionali dell’ideologia si sono dimostrati molto poco ideologici, e son dovuti scomparire);
  • se è plausibile che al riguardo di una serie di scelte pubbliche - a parte la considerazione che molte sono le opzioni, ma una sola è la migliore – quelle davvero esperibili si riducano sempre a due, alternative; e che comunque, anche fossero di più, una sola di queste otterrà la maggioranza dei consensi di quel dato gruppo di elettori: ad esempio volere o no il deposito di scorie;
  • se il meccanismo della prevalenza della maggioranza fu inventato proprio per scongiurare l’incaglio delle assemblee, onde governare limpidamente in forza della volontà espressa da queste;
  • se insomma il principio della democrazia si concreta nell’espressione definitiva  della volontà maggioritaria di un collegio di votanti, e ciò significa premiare una scelta, sconfessando necessariamente tutte le altre:

    come potrebbe mai una democrazia contraddire tale limpidissimo principio, accettando il proporzionale? Come potrebbe cioè premiare una scelta, ma anche le altre, e dunque annichilirsi? Ma ciò è esattamente quanto fa il proporzionale. Il proporzionale di fatto  frantuma il principio fondante della democrazia. Come? Per restare all’esempio del deposito di scorie, sarebbe come dire contemporaneamente sì e no ad esso; infatti in quella circoscrizione verrebbe eletto sia il candidato avverso, che quello favorevole ad esso; pur se il collegio dei votanti avesse premiato l’uno e punito l’altro, tuttavia anche questo altro verrebbe eletto e inviato in parlamento. Come? Prima racimolando proprio i voti -  contrari! - alla Volontà proclamata dal collegio votante (aberrazione 1); e poi incollandoli (aberrazione 2) con i residui dei voti di un diverso candidato, di un’altra circoscrizione lontana magari mille chilometri, riguardanti ben altri argomenti.

    In definitiva: con il proporzionale la Volontà di un collegio votante viene fatta forzosamente coesistere con la di Essa negazione.

    Certo: secondo i principi della democrazia tutto ciò sarebbe assurdo in quanto si negherebbe ogni validità all’agire pubblico, ossia alla politica. Ma non lo è affatto secondo i principi (sociologici) del tavolino, che mirano semplicemente a insediare un gruppo privato all’interno di un luogo pubblico.  

    (È chiaro che a una simile sconcezza occorreva trovare una qualche scusa buona per il popolo sovrano; e alla mentalità macchinista parve di trovarla nel progetto generale di società che avrebbe sublimato le piccole, particolari, periferiche contraddizioni (pppc). E il bello fu che per un bel po’ funzionò; almeno fino a quando il mondo tenuto insieme a forza da ben altre esigenze non implose. Ma gli abitanti di quel mondo dove sono? Adesso forse siamo in grado di indovinarlo.)

Si può ben dire, infine, in accordo con una cospicua dottrina, che tutte le democrazie proporzionalistiche sono un evidente esempio di perpetuazione delle élites, essendo questo il vero fine di ogni legge proporzionale. E ciò viene universalmente riconosciuto. Ma, ove alcuno contestasse, restando all’esempio italiano si dovrebbe convenire che gli unici cambiamenti intervenuti dopo 50 anni dall’insediamento della élite – a parte le classiche riproduzione e cooptazione – sono stati dovuti all’azione della magistratura: sia diretta, cioè  verso gli inquisiti; che indiretta, a causa del conseguente crollo di credibilità dei partiti dai quali l’élite proveniva.

L’Italia è stata l’esempio lampante di come, per sradicare un gruppo di potere insediatosi col proporzionale, siano necessari piccoli cataclismi socio-giudiziari (non politici, trattandosi di sociologia).

Facciamo ora dall’altro lato un esempio concreto – incontestabile perché consegnato alla storia – di come funziona una democrazia col maggioritario. Un esempio eccellente: perché molto vicino, nello spazio e nel tempo, a quello italiano appena evocato.

Quando la casta italiana era alla vigilia del disastro giudiziario che l’avrebbe spodestata, in Francia governava la sinistra socialista di M. Rochard con una maggioranza strepitosa all’ Assemblée Nationale. In seguito, mentre in Italia  la casta (indifferente agli avvisi di garanzia):

  • dapprima resisteva con le nuove elezioni (infatti il proporzionale  registrò solo una flessione di pochi punti);
  • indi tentava addirittura l’ insediamento al Vertice dello stato;
  • e infine capitolava solo per le restrizioni fisiche;

in Francia invece, con il semplice esercizio del voto maggioritario, un’intera classe dirigente (che evidentemente aveva assai deluso i francesi: a nulla valsero infatti le 2 sostituzioni di premier, prima con E. Crésson, e poi con P. Bérégovoy) fu spazzata via, per sempre, dalla scena politica, dopo aver subito il terribile castigo di una riduzione fattore 10 (come se 200 seggi all’ Assemblée fossero divenuti 20). Senza giudici, senza avvisi, senza polemiche, senza violenze di sorta: un rivoluzione tranquilla, esercitata con il semplice voto dei cittadini, come in una democrazia vera, matura.

I Rochard (e seguito) cercarono disperatamente di riguadagnare la china predicando big bangs e gauches plurielles, ma non ci fu nulla da fare: a parte l’insediamento della destra con Balladur, loro (e seguito) scomparvero per sempre dalla scena politica. Era scomparso per questo il socialismo? No, e infatti ritornò, con Jospin; per poi essere nuovamente sostituito dalla destra: come in una democrazia vera.

Ciò costituisce una prova incontrovertibile: non solo di come il maggioritario eccella nella formazione e nel funzionamento di maggioranze parlamentari; ma anche – e soprattutto! - di come esso risponda geometricamente ai mutamenti di indirizzo del popolo sovrano esprimentisi nel voto del corpo elettorale.

Per concludere.

Quale che sia la panzana sollevata a difesa del proporzionalismo, una cosa è assolutamente inconfutabile anche dai più irriducibili: che, ove mai con il maggioritario il popolo non avesse il controllo sulle candidature, non gli mancherebbe comunque mai la sanzione finale; quella che premia, o cancella.

Crediamo si possa a questo punto considerare chiusa la questione.

Sono presenti 7 commenti a questo articolo. Clicca qui per leggerli. Data pubblicazione : 10/03/2006
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Ultimo aggiornamento : venerdì 17 aprile 2009
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